La cucina italiana ora è patrimonio dell’umanità
- Walter Pittini
- 15 feb
- Tempo di lettura: 3 min

Per la prima volta premiata una tradizione gastronomica nella sua interezza «Non solo ricette, ma un modo di prendersi cura di se stessi e degli altri»
Libero
11 Dec 2025
SUSANNA BARBERINI
Prodotti caratteristici della cucina italiana, una delle nostre eccellenze mondiali
Questa volta l’Unesco non ha scelto una specialità, ma una filosofia di vita da tutelare. La cucina italiana – intesa come modo di pensare il cibo e di stare a tavola, con tutte le sue varianti regionali – è entrata nel patrimonio culturale immateriale dell’umanità. A deciderlo è stato il Comitato (...)
(...) intergovernativo riunito a New Delhi che all’unanimità ha premiato il nostro modo di nutrirci, fatto di pratiche, ritualità, stagionalità, trasmissione di saperi tra generazioni, memorie familiari trasformate in memoria collettiva. Nel registro dei patrimoni immateriali italiani c’erano già la dieta mediterranea, l’arte dei pizzaioli napoletani, la cavatura del tartufo, la viticoltura ad alberello di Pantelleria, i paesaggi vitivinicoli di Langhe, Roero e Monferrato. Ora si aggiunge «la cucina italiana nel complesso», formula che prova a tenere insieme il mosaico delle cucine regionali sotto un’unica etichetta nazionale. È un salto di scala: dal singolo prodotto al contesto che lo rende possibile. Per questo la premier Giorgia Meloni, intervenuta in video durante la proclamazione in India, parla di un «riconoscimento storico che onora e celebra quello che siamo, la nostra identità» spiegando che per gli italiani la cucina «non
Antonio Tajani, presente a New Delhi per l’annuncio, insiste sul legame tra cibo, salute e ambiente: la cucina italiana è anche un modo per promuovere le aziende agricole e riconoscere agli agricoltori il ruolo di custodi del territorio e difensori dell’ambiente. Il riconoscimento, nella sua lettura, incoraggia il governo a spingere ancora di più sulla promozione e la tutela del “saper fare” gastronomico italiano, facendone uno strumento di diplomazia e politica estera.
Dietro il riconoscimento c’è un dossier dal titolo programmatico: La cucina italiana, tra sostenibilità e diversità bioculturale. Lo ha curato l’Ufficio Unesco del Collegio Romano, lo ha redatto il giurista Pier Luigi Petrillo con il coordinamento scientifico dello storico dell’alimentazione Massimo Montanari e di un comitato di esperti. A sostenerlo sul piano istituzionale sono stati il ministero dell’Agricoltura di Francesco Lollobrigida e il ministero della Cultura guidato da Alessandro Giuli.
Lollobrigida definisce il traguardo «una festa che appartiene a tutti» perché racconta radici, creatività e la capacità di trasformare la tradizione in «valore universale». Dentro questo racconto mette le famiglie che tramandano sapori antichi, gli agricoltori che custodiscono la terra, i produttori che lavorano con continuità e i ristoratori che portano all’estero «il valore autentico dell’Italia». Il riconoscimento, promette, sarà anche un’arma in più contro chi prova ad approfittare del peso del Made in Italy e un’occasione per creare lavoro e ricchezza sui territori, proseguendo nel solco di una tradizione che l’Unesco ora certifica.
Giuli, dal Ministero della Cultura, riporta il discorso sul cuore della candidatura: non si protegge un menù, ma «l’intero sistema della cucina italiana» che è filosofia di vita, linguaggio comune, in cui si riflettono identità sociale e storia del Paese. È un’immagine forte, ma è anche un’operazione delicata: mettere sotto tutela una cucina nazionale significa decidere che cosa, di quel sistema, merita davvero di essere preservato.
Qui si apre il punto sensibile. Il linguaggio del dossier parla di sostenibilità e diversità bioculturale; quello politico insiste su export, marchi, difesa dalle imitazioni. In mezzo restano le questioni meno fotogeniche ma decisive: le condizioni di chi lavora nella filiera, le disuguaglianze nell’accesso a un cibo di qualità, la capacità reale di rendere sostenibili i modelli produttivi, la tenuta concreta dei territori rurali che quella cucina la rendono possibile. Il titolo Unesco offre un perimetro e un lessico, ma il contenuto sarà dato dalle scelte che seguiranno.
Ed è proprio su questo rischio di astrazione che, a fine giornata, si infila la voce fuori coro. Arrigo Cipriani, 93 anni, patron dell’Harry’s Bar di Venezia, definisce quella dell’Unesco «una dizione che non ha senso»: secondo lui un piatto, una cottura, perfino un singolo prodotto possono essere patrimonio, non un’entità così vasta. Se si voleva premiare davvero il buon cibo italiano, sostiene, sarebbe stato più logico guardare alle trattorie: ambienti tipicamente italiani, centrati sulla cucina locale e tradizionale, su un’accoglienza familiare, su una ricerca ostinata del gusto del posto, spesso a prezzi contenuti. La trattoria come
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Publication:Libero
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Author:SUSANNA BARBERINI
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