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La Cucina Italiana eletta dall’Unesco Patrimonio dell’umanità Enogastronomia.

La Cucina Italiana eletta dall’Unesco Patrimonio dell’umanità Enogastronomia.


 Il riconoscimento del Comitato intergovernativo dell’Agenzia Onu. Tajani: «Premiato l’impegno del Governo» Marco Masciaga Dal nostro corrispondente NEW DELHI La cucina italiana è entrata ufficialmente a far parte del Patrimonio culturale immateriale dell’Unesco. A stabilirlo è stata la ventesima sessione del Comitato intergovernativo dell’agenzia dell’Onu che si occupa della salvaguardia dei beni intangibili e che in questi giorni è riunita nel Red Fort di Delhi, uno dei monumenti simbolo della capitale e, curiosamente, uno dei luoghi in cui, in epoca Mughal, ha preso forma una delle declinazioni più raffinate della tradizione culinaria dell’India del Nord. L’annuncio della decisione, che è stata presa all’unanimità, è stato accolto con entusiasmo dalla delegazione italiana guidata, per l’occasione, dal ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani, impegnato nella sua seconda visita di Stato in India del 2025. «La cucina italiana - ha detto il ministro rivolgendosi alle centinaia di delegati presenti durante la sessione - rappresenta la nostra identità, la nostra storia, i nostri valori e la nostra cultura. Racconta i nostri territori e la nostra diversità bioculturale e rafforza il senso di comunità e della famiglia. Questo traguardo - ha proseguito il ministro - riflette l’impegno più ampio del governo nella salvaguardia del nostro patrimonio agroalimentare e nella promozione della cucina e della nostra filiera di imprese agroalimentari come strumento di dialogo, cooperazione, solidarietà e pace». È la prima volta che una cucina nella sua interezza, intesa come «una miscela culturale e sociale di tradizioni» colta nella sua dimensione quotidiana, riceve il riconoscimento dell’organizzazione intergovernativa con sede a Parigi. Nel 2010 l’Unesco aveva riconosciuto la cucina ancestrale messicana; quella che i francesi praticano per celebrare le grandi occasioni e il Washoku giapponese, una tipologia di pasto intrisa di elementi spirituali e tradizionalmente praticata per celebrare l’arrivo del nuovo anno. La proposta di candidare l’intera cucina italiana a patrimonio culturale dell’Unesco è venuta allo stesso tempo dal basso e dall’alto. Dal basso perché la genesi non è stata “politica”; dall’alto perché l’idea è venuta, nel 2019, a Maddalena Fossati, la direttrice di un’istituzione come il mensile La Cucina Italiana. Un’intuizione, la sua, che è stata immediatamente sposata dall’Accademia italiana di Cucina e dalla Fondazione Casa Artusi. L’anno successivo ha preso il via il lavoro scientifico di redazione del dossier e nel 2023, la proposta è stata formalizzata dai promotori ai ministeri della Cultura e dell’Agricoltura, che l’hanno accolta con entusiasmo, e portata davanti all’Unesco. Nella candidatura si legge che «la cucina italiana è una pratica quotidiana basata su saperi, rituali e gesti che hanno dato origine a un insieme culturale e sociale di abitudini culinarie, uso creativo delle materie prime e forme artigianali di preparazione. La cucina italiana - prosegue la documentazione a supporto della candidatura - esprime un sistema relazionale strutturato e unificante che trasforma il tempo condiviso a tavola in uno strumento per esprimere sentimenti, costruire dialoghi o condividere suggestioni». Pier Luigi Petrillo, il docente della Luiss che ha curato il dossier sulla candidatura, ci tiene a sottolineare il ruolo di rielaborazione culturale della cucina italiana, che paragona a «un mosaico di tante diversità locali, da nord a sud, da città a città, da famiglia a famiglia, che è il prodotto di tante culture diverse – normanna, araba, spagnola, francese, tedesca – che nel corso dei secoli hanno attraversato il Paese, lasciando ognuna qualcosa. La cucina italiana è come una spugna che prima ha assorbito tanti liquidi e poi ha saputo rilasciare il prodotto di questo melting pot». © RIPRODUZIONE RISERVAT

 
 
 

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