ARUBA, L’IDENTITA PASSA PER LA TAVOLA
- Walter Pittini
- 15 feb
- Tempo di lettura: 5 min

L’identità passa per la tavola. Aruba tra fermento gastronomico e ricchezza multiculturale.
Food and Wine Italia
9 Dec 2025
Di Andrea Martina Di Lena
Tributo alla campionessa di windsurf Sarah Quita, ritratta in un celebre mural a Saint Nicolas dall’artista portoghese MrDheo.
“LE PERSONE FANNO I LUOGHI”. Con queste parole, e con una velata malinconia, ho salutato Jonathan Boekhoudt, l’empatica guida dell’Aruba Tourism Authority che mi ha accompagnato alla scoperta dell’isola per cinque giorni di cibo no-stop. Ma partiamo dall’inizio. Dopo aver puntato la sveglia in Italia alle 3:30 del mattino per prendere il primo volo utile da Roma Fiumicino verso Amsterdam, e da lì la coincidenza per sorvolare l’Atlantico per circa dieci ore, mi sono ritrovata in questo paradiso caraibico, iniziando a liberarmi degli strati di vestiti con cui ero partita a metà ottobre.
Ad Aruba è praticamente estate tutto l’anno. L’unico periodo meteorologicamente meno favorevole coincide con il nostro autunno, quando può capitare qualche breve pioggia. Ma in questo soggiorno ho avuto la conferma che le previsioni, spesso, sbagliano. Anche se così non fosse, le perturbazioni non guasterebbero lo spirito dell’isola: “One Happy Island”. Non è solo il soprannome di Aruba, che riflette l’indole solare dei suoi abitanti, l’atmosfera rilassata e le spiagge bianchissime che contornano la più occidentale del sottogruppo insulare delle Antille olandesi detto ABC (Aruba, Bonaire e Curaçao), ma anche il motto impresso sulle targhe azzurre delle auto in circolazione. Il blu è una costante qui: dalla bandiera – dove si aggiungono simboli gialli e rossi, due righe in basso e una stella contornata di bianco – alle brillanti sculture equine sparse per la capitale, Oranjestad. Sono opere dell’artista locale Osaira Muyale, create per ricordare quando, in passato, le barche si ancoravano al largo per far approdare i cavalli a nuoto sulla terraferma. Il progetto, chiamato Paarden Baai (“Horses Bay”), rende omaggio alla baia dove attraccano le navi da crociera. Poco distante dal porto sorge la distilleria di rum Bodegas Papiamento, all’interno di un’ex fabbrica di ghiaccio, bene prezioso un tempo per i pescatori. La produzione, finora basata a Panama e ancora attiva lì in parte, avrà ad Aruba la sua distilleria ufficiale a partire dal 2026. Intanto, nel 2024 ha celebrato il suo bicentenario con un mural sulla facciata e una nuova etichetta che unisce diversi rum caraibici invecchiati fino a vent’anni in botti di sherry di rovere americano. Qui si possono degustare abbinamenti di rum, cioccolato e frutta secca, o sorseggiare cocktail come l’Aruba Rum Old Fashioned, a base del loro Aruba Style Rum.
In una galleria di negozi semi-abbandonata si nasconde invece Farm a Cure Fungi, il laboratorio di Rachel Peterson, tatuatrice che ha trasformato la passione per i funghi in un’attività di coltivazione idroponica. Le sue varietà, come quella rosa del Pleurotus o i pioppini, sono oggi molto richieste dagli chef dell’isola. È impossibile non riconoscerla: tatuata fin sopra al collo, un ciondolo dorato a forma di fungo che caratterizza al suo carisma. Altro esempio di artigianalità locale è quello delle salse piccanti di Aruba Heat Hot Sauces, tutte confezionate a mano. Il brand ha ampliato nel tempo la sua offerta, passando dalla Bbq all’Assplosive, una miscela di habanero e peperoncino dolce, seguendo una scala crescente di piccantezza. Le più amate restano però mango e papaya. Queste salse sono un accompagnamento imprescindibile della cucina arubiana, in particolare per il pesce fritto.
Una tappa immancabile è Zeerovers, forse il locale più autentico dell’isola, simile alla nostra idea di ristopescheria.
Un’isola dove convivono più di cento nazionalità, e la sua cucina è il modo migliore per raccontarlo
Qui si sceglie all’ingresso il pescato del giorno, lo si paga a peso e poi si cerca un tavolo affacciato sull’oceano – difficile non avere una bella vista. Il pesce si mangia rigorosamente con le mani, motivo per cui i lavandini disseminati ovunque tornano utili a fine pasto. Il barracuda è la specialità da non perdere. Più impegnativo è l’assaggio dell’iguana. Non è comune nei menu arubiani, ma quando leggete “zuppa del giorno”, chiedete informazioni. Io l’ho trovata da The Old Cunucu House, una trattoria verace dove la signora Jasmin prepara questa zuppa, considerata afrodisiaca e ricca di collagene, con proprietà benefiche simili a quelle della medicina naturale. Jasmin non gestisce un vero e proprio cocktail bar, ma i suoi drink meritano: provate il Cactus Fruit Margarita al fico d’india o l’iconico Aruba Ariba, con vodka, rum bianco e liquore alla banana. Per sentirvi davvero local, ordinate una Balashi, birra in stile pilsner prodotta dal 1998 con l’acqua purissima dell’isola. Più leggera e fruttata è la sua versione
Magic Mango. Questo simbolo brassicolo è diventato anche oggetto d’arte nella galleria sociale di Tito Bolivar, curatore e guida di San Nicolas, il villaggio che accoglie opere di street artist da tutto il mondo (tra cui l’italiano Jorit).
Infine, non potete lasciare Aruba senza assaggiare il pastechi: un fagottino fritto ripieno di formaggio (la mia versione preferita) o carne. Ricorda un calzone o un panzerotto italiano, o, per i latinoamericani, un’empanada. Dopo averne provati diversi, posso decretare che il migliore si trova da Huchada, una deliziosa panetteria dell’entroterra. Se decidete di gustarlo ai tavoli del parcheggio, potrete ammirare l’Hooiberg, la collina alta circa 165 metri che offre uno dei punti panoramici più suggestivi dell’isola, da scalare se voleste smaltire tutte le calorie di questo food tour. Non uscite mai dal vostro alloggio senza indossare un costume da bagno sotto i vestiti: qui ogni momento può trasformarsi in un tuffo.
A scandire le soste culinarie saranno le spiagge – da Eagle Beach a Baby Beach –, tutte pubbliche, dove le mangrovie offrono un riparo naturale dal sole cocente. Meglio cospargersi generosamente di protezione 50 e, in caso di scottature, affidarsi all’aloe vera, altra eccellenza dell’isola. Ad Aruba esistono vere e proprie piantagioni e laboratori che trasformano le foglie gelatinose in trattamenti lenitivi.
Restano ancora molti indirizzi gastronomici da scoprire, e la prossima volta non mancherà una sosta da The Dutch Pancakehouse – dove le frittelle sono più sottili e larghe del solito. Jonathan racconta che al mattino si forma sempre la fila fuori, per gustarle nella corte del Food Market al porto. Peccato solo averlo scoperto l’ultimo giorno: mi sembra un altro valido motivo per tornare.
IL FESTIVAL CULINARIO
PIÙ IMPORTANTE DEI CARAIBI
Alla sua seconda edizione, Autentico Aruba Culinary Festival ha confermato che Aruba è molto più di una destinazione da cartolina: è un’isola in pieno fermento gastronomico. Dall’11 al 19 ottobre, il festival ha trasformato la destinazione caraibica in una mappa di sapori, con cene d’autore, degustazioni e collaborazioni tra chef locali e nomi internazionali come l’italo-americano Christian Petroni, il peruviano Jaime Pesaque e l’olandese Tim Golsteijn. Promosso dall’Aruba Tourism
Authority, Autentico nasce per raccontare, attraverso la cucina, la ricchezza culturale di un’isola dove convivono più di cento nazionalità. Dalla Restaurant Week alle “Bucket List Experiences”, fino al grande Pavilion di Wilhelminastraat con oltre quaranta ristoranti e bar che per un weekend hanno trasformato un intero quartiere in una sorta di villaggio dello street food, ogni evento ha celebrato la creatività arubana e il suo dialogo sempre più aperto con il mondo.
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Publication:Food and Wine Italia
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Author:Di Andrea Martina Di Lena
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