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I tre Master of Wine italiani raccontano tutti i segreti del Prosecco

Ma quanti sanno veramente capire quando è buono? Abbiamo chiesto ai tre Master of Wine italiani, Gabriele Gorelli, Andrea Lonardi e Pietro Russo, di raccontarci il mondo delle bollicine italiane e di rivelarci come scegliere la bottiglia giusta.

Master of Wine

«Il Prosecco è l’unico spumante che non vuole essere uno Champagne».

La frase, pronunciata dal produttore Gianluca Bisol, sembra una battuta, ma è verità. Sì, perché questo vino ha conquistato il mondo, fagocitando con il suo nome le altre bollicine, tanto che spesso (erroneamente) i consumatori chiedono un Prosecco del Trentino o di Franciacorta. Ma come è scoppiato questo boom? «Nel giro di pochi decenni il Prosecco ha compiuto un salto straordinario, trasformandosi in un fenomeno globale, capace di ridefinire il posizionamento stesso dello spumante», racconta Pietro Russo.


«A questo vino si deve il merito di aver modificato radicalmente la percezione delle bollicine: da prodotti legati al lusso e alle celebrazioni straordinarie, a bevande popolari, quotidiane e trasversali, perfettamente inserite nello stile di vita contemporaneo, in cui “l’everyday celebration” è diventata una cifra culturale».


«Nonostante una reputazione qualitativa spesso percepita come inferiore rispetto ai Metodo Classico, il Prosecco ha saputo conquistare e fidelizzare un pubblico ampio e diversificato, attratto da un prodotto accessibile, piacevole e coerente con le nuove abitudini di consumo», aggiunge Andrea Lonardi. «L’evoluzione del gusto ha giocato un ruolo determinante: negli ultimi anni si è affermata una predilezione per vini freschi, fragranti, leggeri e immediatamente godibili. Il Prosecco ha risposto perfettamente a questa tendenza, capitalizzando i grandi cambiamenti socio-culturali ed economici e affermandosi come modello enologico di successo internazionale. Le sue caratteristiche sensoriali e gustative – come il basso grado alcolico, la garbata aromaticità, una sapidità rinfrescante e la cremosità della bollicina, spesso accompagnata da una morbidezza zuccherina – lo rendono un vino versatile e trasversale, perfetto in ogni momento della giornata».


Cosa cambia tra un Metodo Classico e un Metodo Charmat?

«Capire la differenza tra questi due mondi è fondamentale per fare scelte consapevoli e godersi meglio ciò che si beve», spiega Gabriele Gorelli. «La differenza principale sta nel “luogo” dove avviene la seconda fermentazione, cioè il processo che crea le bollicine. Nel Metodo Charmat, il vino rifermenta in autoclave (grandi contenitori in acciaio inox a pressione). Questo processo consente di preservare gli aromi varietali dell’uva, dando vita a vini freschi, floreali e fruttati, con un corpo snello e una struttura leggera. Nel Metodo Classico, invece, la rifermentazione avviene in bottiglia e dura molto più a lungo. Il risultato? Spumanti più complessi e strutturati, dai profumi evoluti, con una bollicina più fine e una maggiore profondità gustativa». «Anche l’occasione di consumo è importante», sottolinea Lonardi. «Un aperitivo tra amici, un pranzo informale, un brindisi in piedi: sono tutte occasioni perfette per uno spumante Charmat, agile e immediato; ma se si passa a una cena con piatti più complessi, il Metodo Classico esprimerà tutto il suo potenziale. Anche gli abbinamenti gastronomici aiutano nella scelta: gli Charmat accompagnano bene crudi leggeri, verdure, primi piatti semplici o piatti asiatici dai profumi delicati; i Metodo Classico reggono anche piatti strutturati».


Come si fa a scegliere un buon Prosecco tra la marea di bottiglie in vendita?

«Il primo passo per una scelta consapevole è accertarsi che si tratti effettivamente di un Prosecco, e non di un generico spumante “proseccoide”, che ne richiama lo stile ma non appartiene alla denominazione», dice Russo. «Non tutti i Prosecco, però, sono uguali: esiste una piramide qualitativa che si fonda sulla distinzione tra viticoltura di pianura e viticoltura collinare. La prima, tipica delle aree più estese della Doc, consente una gestione più efficiente e meccanizzata dei vigneti, con costi di produzione contenuti. Questo modello garantisce volumi importanti e prezzi competitivi, ma tende ad alimentare una percezione del Prosecco come prodotto “standard”, facilmente replicabile. Diversa è la realtà della viticoltura collinare, in particolare nella denominazione di Conegliano Valdobbiadene, dove le pendenze, la variabilità dei suoli e le forti escursioni termiche impongono una viticoltura fatta di lavoro manuale, rese più basse e costi più alti. Il risultato è un Prosecco di maggiore espressività e carattere, in cui il terroir lascia un’impronta evidente nel bicchiere».


Quali sono le zone italiane più vocate alla spumantizzazione?

«Per quanto riguarda il Metodo Charmat, al Conegliano Valdobbiadene si aggiunge la piccola Docg dell’Asolo Prosecco Superiore che produce vini raffinati, discreti ed eleganti», concordano i tre Master of Wine. «Per quanto riguarda i Metodo Classico, l’Alta Langa è forte di vigneti ad alta quota coltivati a Pinot Nero e Chardonnay; il clima fresco e le forti escursioni termiche favoriscono acidità e finezza. L’Oltrepò Pavese vanta colline marnose e un’importante tradizione sul Pinot Nero, di cui è uno dei maggiori bacini in Europa. Qui gli spumanti hanno un profilo più ampio e cremoso e una struttura gastronomica. In Franciacorta il clima mite e i suoli drenanti donano uve con buon equilibrio acido-zuccherino, per vini che si distinguono per finezza e armonia. A Trento si producono spumanti di montagna, precisi e freschi, figli di vigneti coltivati tra i 400 e i 700 metri su suoli dolomitici. Sull’Etna, il Metodo Classico si fa su suoli sabbiosi e vulcanici con carricante e nerello mascalese: gli spumanti sono salini, agrumati, affilati. I Metodo Classico della denominazione Lessini Durello richiedono lunghe permanenze sui lieviti e si distinguono per acidità, longevità e salinità».

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