Immaginazione e creatività sono alla base dell’impresa
- Walter Pittini

- 13 set 2025
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 14 set 2025

«E hai ottenuto quello che volevi da questa vita, nonostante tutto?» (Raymond Carver).
Questa domanda chiude un celebre testo del poeta Raymond Carver. Una domanda apparentemente semplice, ma vertiginosa, che scava a fondo nella nostra coscienza. No, non riguarda il successo economico, non il profitto, né il prestigio. Riguarda la verità ultima della nostra esistenza. Riguarda ciò che resta quando tutto il resto è stato messo da parte. Oggi la rivolgo a voi, che vi affacciate al mondo dopo un percorso di formazione intensa. Avete acquisito competenze, strumenti, visione. Siete pronti a fare impresa, a innovare, a creare valore. Ma per che cosa? Per fare che cosa? Per essere che cosa?
Questa non è una domanda retorica. È una domanda vitale. Perché ci sono tante cose che possiamo fare, ma non tutte meritano di essere fatte. La differenza la fa la direzione, la motivazione, il senso.
Viviamo immersi in un mondo che premia ciò che è calcolabile. L’indice di redditività del capitale investito, gli indicatori chiave di prestazione, analisi di mercato, business model. E tutto questo è giusto, anzi necessario. Ma chi si occupa di impresa sa che non basta. Nessuna decisione strategica nasce solo dai numeri. La vera innovazione nasce da una scintilla. Da un’intuizione. Da una visione.
Fare impresa è, prima di tutto, un atto spirituale. Non nel senso religioso del termine, ma nel senso antropologico più profondo: significa scegliere di orientare le proprie energie verso qualcosa che riteniamo significativo. Significa riconoscere che il lavoro non è solo esecuzione, ma espressione di sé, costruzione del mondo, trasformazione della realtà.
Ecco perché la domanda iniziale va posta proprio all’inizio del cammino professionale.
Non è una domanda per la vecchiaia, anche se è bella come ultima domanda. È una domanda per ogni mattina. Perché ogni giorno, ogni decisione, ogni relazione lavorativa può contribuire – o meno – a costruire quella vita che vogliamo davvero: “E hai ottenuto quello che volevi da questa vita?”
Vivendo, siamo aperti a un futuro che non conosciamo ma che desideriamo. E ciò che ci consente di entrare in rapporto con il futuro è l’immaginazione. Senza immaginazione non c’è visione. Senza visione non c’è impresa.
La cultura aziendale ha imparato a parlare di vision come elemento fondante. Ma non sempre ne coglie il carattere profondo: la vision non è un esercizio di branding. È la capacità di vedere quello che ancora non c’è. Di anticipare il possibile. Di abitare spazi non ancora configurati.
Nella prefazione a un libro che ho pubblicato due anni fa dal titolo Una trama divina. Gesù in controcampo papa Francesco ha voluto scrivere un appello agli artisti affermando: «in questo tempo di crisi dell’ordine mondiale, di guerra e grandi polarizzazioni, di paradigmi rigidi, di gravi sfide a livello climatico ed economico abbiamo bisogno della genialità di un linguaggio nuovo, di storie e immagini potenti». Non, dunque, di economisti, diplomatici, statistici… cioè non solo! Abbiamo bisogno di artisti. Abbiamo bisogno di far ricorso all’immaginazione, dunque.
Emily Dickinson scriveva: I dwell in possibility. Abito la possibilità. Una frase semplice, ma potente. Perché ci ricorda che il possibile è uno spazio reale. Non utopico. Non illusorio. Ma esigente. Richiede coraggio, dedizione, pazienza.
L’immaginazione ci chiede di andare oltre lo scontato, oltre il probabile. Di credere nell’improbabile. Di aprirci alla novità. Di sfidare la ripetizione.
Alcuni mesi fa, entrando in un grande negozio Lego su Fifth Avenue a New York ho visto un muro di mattoncini colorati. Bellissimi. Erano divisi per colore: tutti i rossi in un buco, tutti i gialli in un altro, tutti i blu in un altro ancora. E così via. Ma per farci qualcosa non basta prenderne un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. Bisogna vedere qualcosa con l’immaginazione. Non si costruisce nulla se non si vede nulla. Davanti a me avevo solo un muro di mattoncini colorati, ma già immaginavo che cosa potesse essere realizzato con quei mattoncini.
C’è una poesia di Leopardi che mi è venuta in aiuto davanti a quel muro di Lego. Si intitola Infinito. La conosciamo tutti. Il poeta è su un colle e guarda ciò che ha davanti a sé. Che cosa vede? L’infinito?
Leopardi parla di una siepe che esclude la visione dell’orizzonte. Il poeta non vede proprio nulla. Il cuore si spaura perché lo sguardo è escluso e il poeta si finge nel pensiero. Il cuore batte per una fiction.
Soprattutto il poeta non vede l’infinito: vede una siepe che gli impedisce lo sguardo ulteriore. E allora lui immagina – ecco! Immagina senza vedere – «interminati spazi» oltre la siepe. L’infinito si offre alla sua immaginazione. Grazie all’immaginazione vede l’infinito guardando un muro di arbusti.
Sembra che se non siamo impediti nella vista, se non c’è qualcosa che ci si para davanti, non possiamo avere la percezione dell’infinito.
Ogni inizio è una soglia. E voi oggi siete su una soglia. Di un progetto, di una carriera, di una nuova stagione della vita.
Il gesuita François Varillon raccontava di aver provato, alla fine del collegio, un’irrefrenabile ebbrezza. Saliva le scale “a quattro a quattro”, per la gioia di vivere. Quell’ebbrezza è l’apertura alla vita.
Nel business, questa energia sorgiva è essenziale. È la radice della creatività. È la forza che spinge a rischiare, a innovare, a superare l’inerzia.
Non lasciate che l’abitudine spenga questa fiamma. Non lasciate che la burocrazia, il cinismo, il calcolo freddo, soffochino la vitalità dell’inizio.
Viviamo in una cultura che idolatra il perfezionismo. Ma la verità è che l’essere umano è per sua natura incompiuto. E questo non è un difetto. È una chiamata. Teilhard de Chardin, gesuita e scienziato, scriveva: “Accetta per amor di Dio l’inquietudine di sentirti incompiuto”. Nell’impresa come nella vita, l’incompiutezza è segno di vitalità. È ciò che ci spinge a cercare, a migliorare, a crescere.
Nel business, i progetti sono sempre work in progress. Le strategie vanno adattate, i prodotti evolvono, i mercati cambiano. L’identità stessa dell’azienda è fluida. Ma questa fluidità non è una fragilità. È un’opportunità. Accettare l’incompiuto significa entrare in una logica di fiducia. Di apertura. Di disponibilità.
Papa Francesco, parlando della necessità della “genialità” nel pensiero umano, afferma che essa si manifesta non solo nel talento individuale, ma nella capacità di leggere la complessità con occhi nuovi. Chi ha immaginazione ha un pensiero agile, intuitivo, flessibile, acuto. Non si irrigidisce, ma trova strade nuove anche dove sembra esserci un vicolo cieco. Sempre papa Francesco, in un suo discorso del 2017 lo ha spiegato in maniera molto efficace: «Chi ha immaginazione […] è in grado di spalancare visioni ampie anche in spazi ristretti, come fece nelle sue opere pittoriche il fratel Andrea Pozzo (1642-1709), creando con l’immaginazione spazi aperti, cupole e corridoi, lì dove ci sono solo tetti e muri».
Fare impresa è come suonare jazz. C’è una struttura, ma c’è anche molta improvvisazione. Espressione caratteristica di questa improvvisazione sono le cosiddette jam session, cioè riunioni di musicisti che si ritrovano per una performance senza aver nulla di preordinato, improvvisando su griglie di accordi e temi conosciuti. Queste sono situazioni «geniali», dove la sfida consiste proprio nel dare una forma non preordinata a partire da un caos di suoni.
Nel vostro lavoro, incontrerete l’imprevisto. E sarà lì che si vedrà la vostra capacità di visione. Non sempre la risposta sarà nei manuali. A volte sarà in un’intuizione, in un incontro, in un silenzio.
Allenatevi a suonare insieme. A improvvisare. A dialogare. A creare armonie nuove.
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