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Forfettari, a chi evita di crescere vantaggi fino a 22mila euro

Aggiornamento: 16 giu 2025

L’analisi dei dati. Tra gennaio e marzo il 74% delle nuove partite Iva di persone fisiche ha scelto la flat tax. Pochi autonomi si avvicinano al limite di 85mila euro ma chi lo fa ha un forte incentivo a non superarlo.

uomo al bar

Per il fisco italiano è un piccolo record: nei primi tre mesi dell’anno il 74% delle persone fisiche che hanno aperto una partita Iva ha scelto il regime forfettario. Tassa piatta al 15% (o 5% per le nuove attività), niente Iva e costi forfettizzati: con questi ingredienti, il successo della flat tax non è una sorpresa. Soprattutto per chi muove i primi passi come libero professionista o imprenditore (il 51% delle nuove aperture arriva da under 35, secondo l’Osservatorio del Mef).


I vantaggi rispetto alla tassazione ordinaria sono evidenti. Prendiamo ad esempio un tecnico informatico con un reddito pari a quello medio dichiarato nel 2024 nel suo settore: partendo da compensi per 35mila euro, con il regime forfettario ha un netto di 23.286 euro, tolti l’imposta e i contributi; con la tassazione ordinaria vede invece i suoi introiti assottigliarsi di quasi 6mila euro (ipotizzando costi effettivi di circa 4mila euro e 380 euro di detrazioni fiscali).


La convenienza della flat tax chiaramente cresce insieme al giro d’affari fino al massimale di 85mila euro di ricavi e compensi, oltre il quale il forfait non si può applicare. E qui nasce uno dei problemi: chi mai vorrebbe emettere la fattura che lo porta oltre gli 85mila euro, sapendo che dall’anno successivo sarà fuori dal forfait? Tralasciamo il caso di chi supera i 100mila euro ed esce subito dal regime, perché molto raro e legato a circostanze eccezionali. Per un tecnico informatico come quello dell’esempio precedente, passare da 85mila euro di compensi in forfait a 86mila in tassazione ordinaria significa ridurre il netto di quasi 23mila euro.


Posto che i calcoli vanno fatti caso per caso, nel mondo dei professionisti le cifre non cambiano in modo determinante se si esaminano altre figure tipo. Uno psicologo vedrebbe diminuire il netto di circa 22mila euro e un avvocato di 19mila. Un commerciante al dettaglio e un muratore, invece, avrebbero una contrazione meno marcata – nell’ordine dei 7mila euro – perché hanno coefficienti diversi di determinazione del reddito e sostengono costi di solito più alti.


È in questo calo del “netto” che si vede il freno alla crescita di cui spesso è stato accusato il regime forfettario. Il tema si era già posto anni fa con i vecchi minimi (che erano pensati per attività iniziali o marginali e avevano il limite a 30mila euro). E si porrebbe anche se si aumentasse l’attuale soglia del forfait, come richiesto invano dalla Lega nella scorsa sessione di bilancio. Il cuore della questione è come accompagnare lo sviluppo e l’aggregazione dei singoli, magari con un passaggio dolce verso la tassazione ordinaria o incentivi per l’attività in forme organizzate.


Chi vuole smontare la critica del freno alla crescita fa notare che il grosso dei forfettari è ben lontano dagli 85mila euro. E in effetti gli ultimi dati delle Finanze – pubblicati il 27 maggio – dicono che il reddito medio dichiarato nel 2024 è 17.092 euro. A cui, anche con il coefficiente più basso, corrispondono ricavi al massimo intorno ai 42mila euro. Peraltro, sono cifre che potrebbero nascondere mancate fatturazioni, più o meno marcate. E su questo fronte hanno acceso un faro anche le Entrate.


Servirebbero poi analisi specifiche per capire quanti forfettari sono ex dipendenti che operano in regime di monocommittenza o ex soci che si sono divisi. Situazioni non vietate, se genuine, ma che testimoniano la forza del forfait nel plasmare la realtà economica.


Una critica radicale all’essenza del regime è nuovamente arrivata nei giorni scorsi dal Fondo monetario internazionale (Fmi), che ha suggerito di eliminare «la flat tax di favore» sui redditi degli autonomi: una misura che migliorerebbe «l’equità ed eviterebbe perdite di gettito fiscale».


È una raccomandazione che, con l’attuale maggioranza politica, cadrà nel vuoto. Prova ne sia che l’ultima manovra ha alzato per il 2025 da 30mila a 35mila euro il limite del reddito di lavoro dipendente o pensione che consente di restare nel forfait. E ha introdotto uno sconto del 50% sui contributi per i nuovi artigiani e commercianti. Ma toccare la flat tax sarebbe complicato anche per maggioranze diverse. Nelle dichiarazioni dei redditi 2024 gli aderenti hanno superato 1,9 milioni: oltre 110mila in più sul 2023. E nei 15 mesi fino al 31 marzo scorso – non ancora fotografati dalle dichiarazioni – se ne sono aggiunti 335mila tra le nuove partite Iva. Anche considerando il turn over, si tratta di una flat tax di massa. Alla quale per molti contribuenti è ormai inconcepibile rinunciare.


Quanto all’iniquità del forfait – denunciata dal Fmi – è difficile spiegare a un osservatore internazionale perché un avvocato con 65mila euro di compensi in flat tax abbia un netto di quasi 15mila euro superiore a un collega con 95mila euro di compensi in regime ordinario (si vedano ancora gli esempi). Ma su livelli di reddito medi il risparmio d’imposta derivante dalla flat tax si misura quasi sempre nell’ordine dei 2-5mila euro e ha consentito agli autonomi – spesso esposti all’insolvenza dei clienti e con poco potere negoziale verso i committenti – di difendersi in un periodo di crisi.


Un esperimento che non sarà riproposto per i forfettari è il concordato fiscale. Applicato solo per il 2024 con adesioni entro ottobre, ha favorito chi già sapeva di avere ricavi in aumento (un concordato quasi consuntivo, più che preventivo). Il decreto correttivo approvato mercoledì scorso in Consiglio dei ministri l’ha ufficialmente abrogato dal 2025.




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