Mostra mater. O matrigna?
- Walter Pittini
- 5 feb
- Tempo di lettura: 8 min
Mostra mater. O matrigna?
Il Foglio Quotidiano
15 Jan 2026
DI TONY CORCIAC
Si moltiplicanono le esposizioni celebrative dedicate a designedesigner scomparsi. Attirano soprattutto un pubblico di non specialisti. Che sorvolano, per mancanzanza di preparazione, sulle molte pecche: di cocontenuti, di manutenzioone o di controllo sulle smanie dei visitatori. Da Versace a Reggio Calabria ad Armani a Brera, una riflessione ssu un settore che meritterebbe la stessa attenzione riservata alle opere pittoriche
II più tradizionalisti, gli snob, i più conser-conser vatori, coloro che sonoono capaci di indivi-indivi duare un’aristocraziaa nelle produzioni ar-ar tistiche se ne facciano unauna ragione: ormai l’abito, con il suo carico di messaggii e valori,li ha assunto la piena dignità di manufatto meritevole di essere ammirato in esposizioni e istituzioni museali di massimo prestigio. In Italia è tutto un pullulare di piccole e grandi mostre dedicate a precise epoche del costume o ai nomi più rappresentativi della moda internazionale, trattati con i riguardi e gli intenti celebrativi solitamente riservati ai grandi maestri della pittura o della scultura. Il paragone viene confermato anche dalle attenzioni e dalle ppremure che pprecedono e accompagnano la presentazione di un vestito: l’esposizione più o meno prolungata a una certa gradazione di luce, la temperatura del luogo, l’accuratezza della conservazione e del trasporto,p, ppolizze assicurative,, manutenzione. È materia delicatissima. Persino una mostra indimenticabile e indimenticata come “Valentino a Roma”, che nel 2007 celebrò quarantacinque anni di moda del couturier alla vigilia del suo non proprio spontaneo addio alla moda e che potremmo eleggere come esempio virtuoso di questo tematema, pur passando attraverso il controllo rigoroso di due personaggi come lo stesso Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti, si concluse con un bilancio sanguinoso, o per meglio dire scolorito: la teca modernista progettata da Richard Meier per contenere l’ara Pacis, super suggestiva ambientazione della mostra, si trasformò in un gigantesco microonde che “cucinò” molti dei capolavori sartoriali esposti. Quelle che si immaginerebbero frequentate da giornalisti del settore moda e studiosi del costume, sono iniziative che sorprendentemente attirano i non addetti ai lavori, allettati dalla possibilità di osservare a pochi centimetri di distanza creazioni fino a quel momento visibili unicamente in foto o sullo schermo dello smartphone. E poi ci sono loro, che fanno tutt’altro mestiere e vivono in centri lontanissimi da quelli in cui la moda nasce e si sviluppa, ma che nelle chat Whatsapp o a cena parlano di “Donatella” e di “Miuccia”; così, col nome di battesimo, come se fossero ex compagne di liceo o cugine di secondo grado dalla vita particolarmente intensa: ho sempre pensato che siano loro a tenere ancora vivo il fanatismo, e la mania, per il mondo della moda. Tra le tante iniziative attualmente visitabili in Italia, ne isoliamo due che contrappongono - ancora una volta, come ai tempi dorati del prêt-à-porter degli anni Ottanta e Novanta - Gianni Versace e Giorgio Armani, celebrati il primo nella sua città natale, Reggio Calabria, e il secondo a Milano, nel centro che ha eletto come proprio e di cui è diventato uno dei pilastri, esponente di spicco e riferimento internazionale. Il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, l’imponente palazzo razionalista di Marcello Piacentini a due passi dal mare, ospita infatti fino al 19 aprile 2026 la mostra “Gianni Versace. Terra Mater. Magna Grecia roots tribute”. L’intento è di portare il lavoro dello stilista nella culla del mito, all’origine delle sue ispirazioni più persistenti, accostando gli abiti a reperti magnogreci e immagini fotografiche in un percorso di assonanze. Il risultato finale conferma un’ammirazione sincera per Versace, ma è ingenuo e, soprattutto, non sembra raggiungere lo scopo iniziale: se, come i curatori, Sabina Albano e Fabrizio Sudano, dichiarano nelle interviste rilasciate all’inaugurazione, di Versace si vuole rivendicare l’anima del sarto che prevale su quella del designer, ci si chiede perché non siano andati alla ricerca di capi Atelier o di qualche costume teatrale, ovvero i campi in cui il designer esprimeva senza freni la sua frenesia creativa e, appunto, la sua sapiente e solidissima sapienza sartoriale. Quelli esposti sono capi prêt-à-porter, per carità stupendi e ancora capaci di suscitare la dolce nostalgia di noi che quelle camicie stampate e quei capi li abbiamo indossati o di chi li ha ammirati sulle riviste o in televisione, ma restano comunque dei prodotti industriali. L’allestimento, poi, ammassa abiti, ritratti dello stilista, immagini delle sue campagne pubblicitarie, accessori, piccoli plotoni di manichini e le magnifiche illustrazioni di Bruno Gianesi, che è stato direttore dell’ufficio stile di Versace fino a poco dopo la sua morte per poi dedicarsi alla pittura: essendo Versace uno stilista che amava giocare con l’esagerazione, sarebbe stato più opportuno puntare su un allestimento più pulito, che concentrasse l’attenzione dei visitatori su quello stampato, su quel ricamo, su quella decorazione che già da soli bastano a comunicare l’essenza del suo stile. L’allestimento dovrebbe, in linea di massima, tendere alla discrezione e all’essenzialità: il rischio, altissimo, è quello di trasformare la scena nella vetrina di una boutique di provincia. Davanti alle tante teche che espongono bottoni usati nel corso di decenni dalla maison della Medusa, è difficile non confondersi e non pensare di trovarsi in una fornitissima merceria specializzata nel bottone gioiello. Purtroppo è un difetto comune a molte mostre di abiti, quello di riempirle all’inverosimile, facendo respirare a chi si aggira tra i manichini l’atmosfera delle stock house che proponevano a prezzi scontati la moda firmata delle stagioni precedenti. A queste esposizioni bisogna applicare la stessa regola che gli stilisti più saggi rispettano prima di una sfilata: se un abito, anche meraviglioso e ottenuto con ore di lavorazione, non funziona nell’insieme finale e stona, non ne rispetta il senso, in passerella non deve andare. E poi mancano spesso, in queste mostre, capi veramente iconici. Questo termine comincia a procurarci l’orticaria tanto è abusato, ma in questa trattazione ha ancora ragione di essere utilizzato. Manca un capo, per intenderci, come quello indossato da Liz Hurley alla prima di “Quattro matrimoni e un funerale” nel 1994. Sarebbe stato importante, se non indispensabile, averlo, perché faceva parte di una delle collezioni più interessanti di Gianni, ispirata alla sottocultura punk, tra colori acidi e spilloni da balia dorati e perché fu in grado di trasformare in un personaggio internazionale quella che, fino a quella sera, era una modella tutt’altro che top, nota soprattutto come fidanzata dell’attore protagonista del film, rubando la scena a lui e a tutto il cast. Come l’abito da ballo di Cenerentola, quel capo è al centro di un culto pagano che gli ha fatto meritare una pagina Wikipedia dedicata ma, soprattutto, è la rappresentazione plastica dell’intera visione stilistica di Versace, perché racchiude in sé un preciso momento storico e ne incarna i costumi, le abitudini, i linguaggi, i modi, i tic, le manie. Un abito simile varrebbe,, anche da solo,, il viaggio.gg E nessuno si lamenterebbe. È come se fosse possibile esporre il tailleur rosa indossato da Jackie Kennedy nel giorno fatale di Dallas: varrebbe più di cento altri, e sarebbe capace di raccontare tutta una storia. Parte da un’idea simile anche la mostra “Giorgio Armani. Milano, per amore”, ospitata dalla Pinacoteca di Brera. Un dialogo altissimo tra moda e arte, che accosta gli abiti creati nel corso di cinquant’anni ai capolavori custoditi in quelle sale. La curatela è affidata a Giovanna Calvenzi e Chiara Buss (quest’ultima, notissima storica dell’arte e del tessuto, nel 1989 fu impegnata, con Nicoletta Bocca, nella mostra “L’abito per pensare” che al Castello Sforzesco di Milano ripercorreva la moda di Gianni Versace, percorso esemplare per precisione e impeccabilità, il catalogo è ormai una reliquia). La mostra è un grande successo, tanto che la chiusura è stata prorogata al 3 maggio prossimo, quasi cinque mesi in più rispetto ai quattro previsti. E’ emozionante ritrovare l’abito da sera di paillettes rosse dell’autunno/inverno 1993/1994 ispirato ai colori e ai motivi di Matisse perfettamente incorniciato dalla cappella di Bernardino Luini, e resterà indimenticabile l’effetto prodotto dall’abito da sera blu di lapislazzuli che precede la Madonna con bambino benedicente di Bellini. E i manichini, che possono valorizzare o affossare l’esposizione di un abito, sono stati saggiamente sostituiti da strutture trasparenti e impercettibili, secondo la regola aurea del fondatore, che al Silos – il “suo” museo, volle appunto sempre usare strutture su misura, in materiale trasparente, letteralmente tagliate su e per un abito preciso: involucri in grado di riprodurre un corpo, di suggerirne la forma nello spazio, senza mai sostituirlo. Questa esposizione a Brera è un’immaginaria corona su una carriera straordinaria, un riconoscimento meritatissimo alla coerenza e all’impegno con cui Armani affrontò il suo lavoro nel corso degli anni: dispiace molto che, per pochi giorni, il destino abbia impedito allo stilista di essere presente all’inaugurazione di questo progetto a cui ha dedicato le sue attenzioni e la sua passione fino agli ultimi giorni della sua vita. E ci siamoi chiesti,hiti conoscendod ilil suo leggendarioldi perfezionismo, come avrebbe reagito di fronte alle maniche vuote (d’accordo, gli abiti sono stati montati in poche ore nel giorno di chiusura del museo, epperò si sarebbe potuto farlo prima, e poi portare i manichini montati, dopotutto dalla sede di Armani alla Pinacoteca sono cinquanta metri), alle mise non stirate e non vaporizzate, pratica che si può certamente eseguire, essendo capi contemporanei e non pluricentenari, a qualche paillette non fissata che ppende malamente anche lei,, a qqualche velluto non spazzolatto a dovere (spiace doverlo ricordare, ma ogni dued settimane va fatta manutenzione), a quallche strascico esposto al calpestio dei visitattori, peraltro mai fermati o redarguiti dal perrsonale di sala. In un sabato pommeriggio particolarmente affollato, dopo l’iniziale piacere di notare quanto universale e immediato possa essere il linguaggio della moda,m siamo rimasti meno piacevolmente colppiti dal comportamento di coloro che ammiravvano troppo da vicino gli abiti esposti.esposti Una siignora ha ritenuto necessario anche toccaree il lembo di una giacca perp prorompere,pp, solllevata,, in un “Ma è lana! È così leggera che sembrava cotone!” verso l’amica che la accommpagnava: forse ne stava valutando l’acquistto. In qualche sala ci è salito il sospetto che le persone che brulicavano tra abiti e telee non guardassero più né gli uni né le altre, e cche fossero lì unicamente per fare qualche footo e poter dire sui loro profili social “Io c’ero”. Ci renderemo coonto che, così come non posso permettermi di sfiorare un’opera di Carlo Crivelli per capire se è dipinta su tela o su legno, non è poossibile toccare il risvolto di un tailleur di Gioorgio Armani o un abito in maglia metallica di Gianni Versace? Potremmo usare comec test la mostra “Queen Elizabeth II: her lifee style”, dal 10 aprile 2026 a Buckingham Palacce. La popolarità della regina, il cui guardaaroba era riconoscibile quanto la proprietariia e alla sua riconoscibilità contribuiva enormeemente, farà da calamita per un pubblico vasstissimo e proveniente da mezzo pianeta. Ma confidiamoc in un servizio d’ordine severo comme quello che attorniava la Queen in vita e chhe l’attenzione si concentri su quei completi reealizzati in ogni tonalità immaginabile, su quuei coordinati che risulterebbero cringe su chhiunque altra ma su di lei diventavano una forrtissima dichiarazione di identità, e magari caarpirne i segreti sartoriali. Come i piccoli pesi e le catenelle nascosti sotto i bordi delle gonne,g accorgimento astutissimo che impedivaa anche alla più irriverente folata di vento di solllevarne il bordo, regalando ai fotografi immaginni poco rispettose del contegno della sovranna. La costruzione di un mito passa anche da queste strategie invisibili, e una mostra di abiiti (pensata e organizzata con criterio, allestitta con cura e attenzione) ha così davvero un senso, perché contribuisce a restituire un persoonaggio, uno stile, un mondo, un’epoca a coloroo che decidono di visitarla.
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Publication:Il Foglio Quotidiano
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Author:DI TONY CORCIAC
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