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Export Turchia e Corea, nuove geografie

«Insieme al Mercosur possono rappresentare un punto di svolta per il commercio tricolore, dopo i dazi Usa», spiega l’avvocata Sara Armella, esperta di diritto doganale. Il calo delle esportazioni si fa sentire. L’impatto sulle nostre regioni.


COMMERCIALISTA

13 ottobre 2025

A cura della redazione

Sara Armella

Gli scambi commerciali con l’estero per il nostro Paese rappresentano un traino fondamentale per l’economia. Tanto che l’export italiano vale circa un terzo del Pil nazionale. Il valore delle esportazioni ha registrato un incremento del 2,8% nel 2024 e si prevede una crescita del 2,8% anche nel 2025, dopo un biennio a livelli record di 625 miliardi di euro. Mentre nel 2026 si prevede un incremento solo dell’1,2%, anche in seguito all’aumento dei dazi da parte del presidente degli Stati Uniti, il principale mercato di sbocco al di fuori dell’Europa (dati Centro Studi Arcom Formazione).


L’italia è anche uno dei maggiori paesi esportatori a livello mondiale grazie a un ampio margine di diversificazione, sia in termini produttivi che di sbocco. Il commercio internazionale, gli scenari geopolitici, la guerra dei dazi, le riforme normative, la facilitazione del commercio, gli impatti sull’export nonché l’andamento attuale e le previsioni sulle esportazioni nostrane, sono stati tra i principali temi affrontati durante il Forum internazionale del Commercio Internazionale, patrocinato dalla Commissione europea, Simest, AICE e Regione Lombardia, che si è tenuto lo scorso venerdì a Milano, al quale hanno partecipato aziende, istituzioni, esperti del settore.


Le soluzioni

«Per fronteggiare questo difficile periodo è importante valutare quale impatto avranno i dazi sulle nostre esportazioni e come diversificare gli scambi. Perché le aziende hanno bisogno di certezze. Senza dubbio i dazi avranno un’influenza significativa e quindi bisognerà vedere quanto potrebbero diminuire gli scambi con gli Stati Uniti e dove potrebbero essere diretti in alternativa», spiega l’avvocato Sara Armella, direttrice scientifica del Forum e del Centro Studi Arcom Formazione, presidente della Commissione Dogane e trade facilitation della sezione italiana della International Chamber of commerce, una tra i cento principali esperti mondiali di diritto doganale della International Custom Law Academy, che ritiene inoltre che il trasferimento negli Usa della produzione non sia la soluzione giusta per la maggior parte delle aziende italiane, innanzitutto perché comporta costi esagerati. Inoltre, quando il mandato di Trump scadrà, le cose potrebbero cambiare di nuovo, anche se oggi gli Stati americani si stanno facendo la gara per ospitare gli stabilimenti delle nostre imprese, anche assicurando vantaggi fiscali. «Al momento gli Stati Uniti stanno incassando 30 miliardi in più al mese dai dazi — spiega Armella —. Un capitale che permette all’amministrazione di garantire importanti tagli fiscali. Inizialmente in Europa non c’è stata una diminuzione delle esportazioni perché nei mesi precedenti all’annuncio dei provvedimenti da parte del Presidente c’è stato un aumento delle scorte. Nelle ultime settimane invece si comincia a vedere un calo delle esportazioni». Ci si sta quindi attrezzando per trovare mercati alternativi. «Corea, Emirati Arabi e Turchia potrebbero rappresentare valide destinazioni — dice Armella —. E anche il Mercosur, costituito dai Paesi del Sud America, Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay, è una zona che sta crescendo e che può rappresentare un punto di svolta». Utile anche cercare di capire quali saranno gli effetti a breve termine della politica economica Usa. «Ci sarà un aumento dei costi per l’esportazioni, tra gli 8 e i 10 miliardi con una riduzione del Pil che potrebbe oscillare tra lo 0,2% e l’1,4% — conclude Armella —. Non era mai capitato fino ad ora che il nostro principale partner commerciale prendesse decisioni con effetti così tangibili per noi. E su alcune regioni italiane come Toscana, Emilia Romagna, Abruzzo potrebbe avere un impatto maggiore».

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