«Le fusioni bancarie continuano: c’è spazio in Italia per il terzo polo»
- Walter Pittini
- 9 ott 2025
- Tempo di lettura: 6 min
In Italia abbiamo visto alcune operazioni rilevanti e sono convinto che ne vedremo ancora. In Europa ci sono interferenze politiche che vanno al di là delle logiche industriali.
MILIARDARIO
9 ottobre 2025
A cura della redazione

Due anni e mezzo fa, in un sabato pomeriggio di marzo, Sergio Ermotti è seduto sugli spalti del piccolo campo sportivo di Gentilino, a Lugano, per assistere alla partita dell’FC Collina d’Oro, la squadra di cui è presidente da oltre dieci anni. Poco prima dell’intervallo il suo telefono inizia a vibrare: le autorità svizzere lo cercano con urgenza. Credit Suisse sta precipitando e serve un uomo capace di rimettere in ordine le cose. Poche ore dopo, l’operazione di salvataggio prende forma. Ubs compra Credit Suisse e, qualche settimana dopo, sarà proprio l’acquirente a chiamare Ermotti per tornare alla guida del gruppo.
Da allora, tutto è cambiato. Ubs ha completato la più grande fusione bancaria di sempre, e in maniera non scontata. Ma oggi, all’ultimo miglio dell’integrazione, il ceo del colosso svizzero si trova ad affrontare una nuova e imprevista partita: quella con il governo elvetico, che vuole imporre oltre 40 miliardi di capitale aggiuntivo al gruppo. «Ubs e la Svizzera si rafforzano a vicenda», spiega Ermotti, raffreddando le ipotesi di un trasferimento della sede, «ma aumentare i requisiti del 50% rispetto ai competitor sarebbe insostenibile».
A Roma per una due giorni di incontri con imprenditori e clienti e per una lezione alla Luiss, il banchiere ticinese - oggi il più pagato d’Europa - parla con il tono misurato di chi, pur guidando un gigante da quasi 7mila miliardi di dollari in gestione, non dimentica da dove viene. E che, mentre difende l’equilibrio di Ubs a Zurigo e a Berna, guarda anche al risiko italiano, «tutt’altro che finito: c’è spazio per nuovi poli, e Mps ha tutte le carte in regola per giocare un ruolo importante nella prossima fase».
Guerre, tensioni geopolitiche e nuovi dazi fanno tremare i polsi, eppure i mercati continuano ad assorbire ogni shock. Come se lo spiega?
È vero, i mercati mostrano una capacità sorprendente di adattamento, anche di fronte a fattori che in passato avrebbero generato molta più volatilità. La crescita globale resta solida ma con forti squilibri. Sul fronte monetario, i tagli della Fed dovrebbero ridurre la pressione sui tassi, ma l’inflazione americana — ancora sopra il 3% — resta un rischio, soprattutto se le aziende dovessero utilizzare i nuovi dazi come pretesto per aumentare i prezzi. In generale, tutte le asset class oggi sembrano correttamente prezzate. Francamente, però, questa calma mi sembra fragile.
Che cosa potrebbe cambiare gli equilibri?
Non vedo shock imminenti, ma i “cigni neri” possono sempre arrivare dalla finanza non regolamentata — dallo shadow banking o dal private credit. Un altro rischio è un ritorno dell’inflazione negli Usa, che costringerebbe a irrigidire di nuovo la politica monetaria. Restano poi possibili scossoni da un default sovrano, da una crisi del debito pubblico o del real estate. Ma la mia maggiore preoccupazione restano le tensioni geopolitiche, sempre più vicine a casa nostra.
L’Italia vanta spread ai minimi e rating in rialzo. Equilibrio fragile o trend duraturo?
Negli ultimi anni è avvenuto un ribaltamento interessante. Da ultime della classe, Italia, Grecia o Spagna, sono diventate casi virtuosi. L’Italia ha dimostrato di avere nel proprio Dna la capacità di reagire e convivere con queste situazioni. La stabilità del governo italiano dimostra che è possibile fare le cose. Spero però che non ci sia troppo autocompiacimento: bisogna continuare a guadagnarsi la fiducia dei mercati.
Sono giorni decisivi per Ubs. Il governo svizzero vi chiede più di 40 miliardi in più di capitale. Come intendete muovervi?
È giusto rivedere alcune parti della regolamentazione svizzera e adattarle alla luce di quanto successo con Credit Suisse. Ma le proposte del governo sui requisiti di capitale sono sproporzionate rispetto alla lezione della crisi e non allineate agli standard internazionali di Basilea III. Non siamo in una negoziazione, purtroppo. Abbiamo preso visione delle proposte e ora c’è un iter democratico parlamentare. Vedremo come evolverà.
Siete fiduciosi che questo livello verrà abbassato?
Più che altro siamo speranzosi. Anche perché serve tenere conto delle esigenze complessive dell’economia e della finanza svizzera: banche, assicurazioni, sindacati e imprese. Aumentare i requisiti del 50% rispetto ai competitor significherebbe non poter offrire un ritorno accettabile agli azionisti. Questo comporterebbe due possibili conseguenze: o aumentare il costo dei prestiti e altri prodotti bancari con effetti sull’economia reale, oppure tagliare i costi in modo rilevante, con impatti economici e sociali. Non siamo in denial: capiamo che c’è un prezzo da pagare, sia sul piano regolamentare che politico. Tuttavia, oltre una certa soglia l’impatto sul business diventerebbe inaccettabile.
È pensabile restare in Svizzera con requisiti così penalizzanti? Qualcuno ipotizza un trasloco altrove, a Wall Street.
Ubs beneficia della Svizzera e la Svizzera beneficia di Ubs. La banca paga imposte significative, impiega circa 30.000 persone, e circa un terzo della popolazione svizzera è cliente o ha rapporti con Ubs. Crediamo che questa sia un’accoppiata vincente e vogliamo difendere questa condizione. Noi siamo concentrati sull’obiettivo di ottenere una soluzione coerente con gli standard internazionali, che ci permetta di restare competitivi e di operare come banca globale.
Payout e buyback resteranno intatti anche con regole dure?
La nostra strategia prevede un incremento graduale dei dividendi in contanti negli anni, accompagnato da buyback. Questo continueremo a farlo, fornendo ogni anno una guidance. Le autorità di vigilanza hanno confermato che, nonostante le nuove richieste, ci sarà tempo per accumulare capitale senza compromettere la politica di remunerazione agli azionisti.
Intanto l’integrazione con Credit Suisse è entrata nel miglio finale. Qual è la sfida più delicata che resta da superare?
Dal punto di vista del rischio dell’integrazione, molto è già stato fatto. Resta il rischio operativo della migrazione dei clienti in Svizzera, ma sono fiducioso. Fuori dalla Svizzera oramai l’integrazione è completata, mentre nel Paese siamo circa a metà. Contiamo di concludere il processo di migrazione dei clienti entro il primo trimestre del 2026, quando anche tutte le strutture informatiche saranno integrate. Siamo molto soddisfatti del progresso compiuto.
Il risiko ha cambiato volto al sistema bancario negli ultimi 12 mesi. Nei prossimi 12 mesi dobbiamo aspettarci altre fusioni in Italia?
In Italia abbiamo visto alcune operazioni rilevanti e sono convinto che ne vedremo ancora. C’è spazio e bisogno di creare ulteriori grandi player, con la creazione di un terzo o quarto polo bancario.
Mps potrebbe muoversi ancora?
Siamo stati vicini a Mps dal 2014 in qualità di advisor, con l’aumento di capitale, e poi nel 2022. Vedere questo percorso di Mps, passata attraverso momenti difficili fino al rafforzamento, è stato importante. Siamo contenti di aver contribuito alla creazione di valore per gli azionisti, anche in questa fase grazie all’ottimo lavoro del ceo Luigi Lovaglio. Non voglio entrare nel caso specifico ma è evidente serve consolidare ciò che è in corso, ma bisogna anche guardare al lungo termine, e Mps ha tutte le carte in regola per giocare un ruolo importante in questo quadro.
In Europa invece fusioni cross-border sono complicate: il caso UniCredit-Commerz insegna.
Non commento casi specifici però le sinergie vere si ottengono solo quando una banca può operare liberamente con filiali e branch in più Paesi. Se si superassero le logiche nazionali, si potrebbe dare un segnale di integrazione europea. Il problema è che nei vari Paesi ci sono interferenze politiche che vanno al di là degli aspetti industriali ed è un limite.
In tutto il mondo è così.
Sì, è così. Ogni Paese tende a proteggere i propri interessi e il proprio sistema bancario. Ma è importante non invertire la logica: non si può partire da logiche politiche per costruire operazioni finanziarie e industriali. In questo caso si farebbero danni.
Se fosse un policymaker europeo, che cosa metterebbe in cima all’agenda?
Il risparmio. Bisogna mobilitarlo e far sì che l’euro diventi una vera moneta di riserva per gli investitori globali e se la giochi a livello globale. Serve un’Unione dei mercati dei capitali, che permetta alle banche di snellire i bilanci e usare meglio il capitale.
Un’ultima cosa. Il presidente di Ubs, Colm Kelleher, l’ha citata come suo possibile successore. Le piace come idea?
Sono concentrato nel rispettare il mio impegno nei confronti del board fino a fine 2026/inizio 2027. Per il futuro si vedrà: è un onore e un piacere gestire questa delicata fase, così come è un onore che qualcuno pensi a me per quel ruolo, ma è prematuro parlarne ora.
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