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Dazi. Piazza Affari teme.

Lusso, beni di consumo e alcolici i settori più colpiti.

Dazi

Tra le società quotate a Milano alcune realizzano fino al 50% del fatturato con gli Stati Uniti. Il peso dei dazi sui profitti finali dipenderà anche dalla produzione locale e dal peso del dollaro.


Le bocce non sono ancora ferme, ma si avvicinano al punto d’arrivo.

Stati Uniti ed Eurozona, infatti, hanno raggiunto una dichiarazione vincolante sui dazi, con un’aliquota tariffaria massima e onnicomprensiva del 15% per la stragrande maggioranza delle esportazioni dell’Ue, compresi settori strategici come automobili, prodotti farmaceutici, semiconduttori e legname.


Non siamo ancora a conoscenza dei dettagli che illustreranno le conseguenze concrete delle tariffe. Gli scambi commerciali, infatti, sono sempre molto articolati e complessi. Si pensi, per esempio, alla vendita di prodotti assemblati in Paesi diversi, magari con componenti di varia provenienza.


L’introduzione di dazi del 15% sull’esportazione di prodotti dall’Unione Europea agli Usa ha implicazioni complesse e non facili da stimare. In generale, riteniamo gli impatti gestibili per molte società quotate che, oltre a generare una significativa quota dei ricavi negli Stati Uniti, hanno lì una presenza significativa di impianti produttivi e che, quindi, sono in gran parte esonerati dalle tariffe. In molti casi, la presenza negli Usa è legata ad acquisizioni di società americane.


Made in Italy nel mirino

Tra i settori più colpiti dai dazi ci sono quelli del made in Italy, come l’alimentare o il lusso. La qualità elevata dei beni e la tipologia di acquirenti con disponibilità economica, però, li rendono meno sensibili agli aumenti di prezzo.


Tra le aziende nel mirino ci sono, inoltre, quelle dei beni di consumo. Fila esporta il 45% dei suoi articoli per il disegno e la creatività in genere con i marchi Giotto, Das e Canson tra gli altri; Intercos il 33% dei suoi cosmetici; De Longhi e Technogym, invece, hanno un’esposizione più contenuta e portano negli Usa, rispettivamente, il 15% dei piccoli elettrodomestici e il 13% degli attrezzi sportivi.


Vetture in bilico

L’industria dell’auto è stata in forte tensione. Da aprile le tariffe doganali hanno oscillato dal 10% al 25% e poi fino al 39%, ma l’aliquota del 15 per cento sarebbe confermata. Il fatturato di Stellantis negli Stati Uniti è pari a 58 miliardi di euro, ma del gruppo fa parte l’americana Chrysler; Piaggio esporta negli Usa meno di 120 milioni, ma la vespa a New York è uno scooter molto ambito.


Tuttavia, l’impatto dei dazi non sarebbe soltanto sui grandi nomi, ma ricadrebbe sul vasto indotto del tessuto imprenditoriale italiano. Per esempio, la Brembo vende sistemi frenanti a costruttori di veicoli di tutto il mondo, compresi i big giapponesi, ben tassati. Magneti Marelli produce vari elementi per l’auto che vanno dalle sospensioni, ai ricambi, all’illuminazione. Tra l’altro, la società è di proprietà del fondo americano Kkr. Poi, c’è una miriade di aziende non quotate che alle grandi case forniscono beni e servizi. Torino è una città che vive ancora intorno all’industria automobilistica.


Per tutti, lo scenario non è limpido e passa per gli accordi con altri Paesi. Il settore auto è estremamente impattato dai dazi, ma l’attenzione è soprattutto sugli accordi che verranno raggiunti dagli Stati Uniti con il Canada e con il Messico, dove si trovano i principali impianti produttivi che servono il mercato americano.


Pharma e alcolici in stand-by

Per le società farmaceutiche l’impatto sarebbe limitato, secondo le ultime notizie. Villa spiega che società come Diasorin operano con società americane, ma potrebbero esserci impatti indiretti dalla tassazione di materie prime e componenti utilizzate nella produzione.

Sull’export di vino, infine, è ancora tutto da chiarire.


Tempo, stabilità e moneta

Gli effetti dei dazi saranno pienamente comprensibili solo nel tempo. Le società quotate in Italia sono ben posizionate per gestire la situazione e la cosa più importante è arrivare a una stabilità che consenta di pianificare gli investimenti futuri. Infine, bisogna considerare il cambio: una svalutazione del dollaro americano del 5% sull’euro ha effetti rilevanti sulle stime di utile di molte società quotate.



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