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Taglio dell’Irpef e nuove aliquote

Ecco quanto guadagnano i redditi fino a 60 mila euro.

Taglio dell’Irpef

Il nuovo intervento sull’Irpef segnerebbe una tappa importante nel percorso di alleggerimento della pressione fiscale. Segnale politico forte: riportare al centro chi si colloca nella fascia intermedia della società.


Il prossimo anno la manovra, in preparazione in questi mesi e che entrerà nel vivo da fine ottobre per essere approvata entro dicembre, potrebbe portare un cambiamento significativo nella busta paga di milioni di italiani.

L’idea è semplice ma costosa (circa 4,5 miliardi) : ridurre di due punti l’aliquota del secondo scaglione (33%) e allargare la fascia di applicazione fino a 60 mila euro di reddito lordo. 


Dall’accorpamento del 2025 al nuovo taglio

Il percorso parte dalla riforma introdotta con l’ultima legge di Bilancio, che aveva ridotto le aliquote da quattro a tre, accorpando i primi due scaglioni e fissando al 23% la tassazione per i redditi fino a 28 mila euro. Restava in sospeso il passo successivo: abbassare la percentuale del secondo scaglione, oggi al 35%, e ridefinirne i limiti.


Le nuove regole Irpef dal 2026

Se il provvedimento passerà, dal 2026 le aliquote Irpef saranno così strutturate: 23% fino a 28 mila euro di reddito lordo, 33% dai 28 ai 60 mila, 43% oltre questa soglia. La riduzione di due punti percentuali, accompagnata dall’ampliamento della fascia rappresenta la vera novità della prossima manovra. Una correzione che, sulla carta, rende più morbida la progressione dell’imposta e riduce il peso fiscale su stipendi e pensioni collocati nella fascia intermedia.


Riforma Irpef, quanto si risparmia sotto i 60mila

Il nuovo intervento punta al cuore del cosiddetto “ceto medio” dei lavoratori dipendenti. Si tratta dei redditi lordi compresi tra 30.000 e 60.000 euro: oggi la seconda aliquota al 35% grava sui guadagni da 28.000 a 50.000 euro, mentre la proposta ne estende il raggio fino a 60.000.


Parliamo della fascia che percepisce stipendi medi, lontani sia dalle soglie più basse sia dai compensi più alti, e che negli ultimi anni ha subito in modo particolare la pressione dell’inflazione.


Il cuore della riforma si gioca proprio qui: quali vantaggi concreti porterà a chi dichiara fino a 60 mila euro? Un esempio: un contribuente con reddito di 30 mila euro, oggi, vede in busta paga un prelievo che con la nuova aliquota potrebbe alleggerirsi di circa 300 euro l’anno. Per chi guadagna 35 mila euro, il beneficio stimato scende a poco più di 140 euro, mentre a 40 mila il vantaggio cresce in una forbice che oscilla dai 240 ai 500 euro, a seconda delle ipotesi considerate. Ancora più marcato l’effetto per i redditi da 55 mila euro, dove il risparmio può toccare i 940 euro annui.


Non si tratta di cifre rivoluzionarie, ma di ritocchi che diventano più sensibili man mano che ci si avvicina al limite massimo del nuovo scaglione. In alcuni casi, tuttavia, i lavoratori dipendenti con redditi tra 29 e 35 mila euro potrebbero addirittura ritrovarsi con un guadagno più contenuto o, secondo alcune simulazioni, con un saldo leggermente negativo, per effetto della combinazione tra taglio del cuneo e riduzione dell’aliquota. Situazione diversa per autonomi e pensionati, che beneficerebbero invece di accrediti più leggeri fin dalle fasce inferiori.


Il prezzo della riforma dell’Irpef

Alleggerire la pressione fiscale sul ceto medio non è un’operazione gratuita. Per finanziare il taglio servono circa quattro miliardi l’anno, una cifra impegnativa in tempi di conti pubblici sorvegliati speciali. Le ipotesi sul tavolo per trovare le risorse vanno dal rafforzamento della lotta all’evasione alla revisione di agevolazioni considerate obsolete, passando per un possibile riordino della spesa pubblica. Non mancano voci che spingono per limitare la misura ai redditi fino a 50 mila euro, così da contenere l’impatto sulle casse dello Stato.


Riforma Irpef: lo scontro politico

Il dibattito politico resta acceso. Forza Italia e Fratelli d’Italia sostengono convintamente il taglio dell’Irpef come segnale di attenzione verso chi produce e lavora, mentre la Lega insiste per inserire in manovra una nuova rottamazione delle cartelle fiscali. Il vicepremier Antonio Tajani ha proposto anche di esentare da imposte straordinari e premi di produzione, insieme a sgravi contributivi per i redditi più bassi, con l’obiettivo dichiarato di trasformare i salari più poveri in redditi da ceto medio.


Negli ultimi mesi la Fondazione nazionale dei commercialisti ha condotto alcune simulazioni per valutare gli effetti di una possibile riduzione dell’aliquota sul secondo scaglione di reddito. L’analisi prende in considerazione due scenari: quello più favorevole, con un abbassamento di due punti percentuali (dal 35 al 33%), e quello più prudente, limitato a un solo punto di riduzione.


Il primo aspetto evidenziato dallo studio è che l’intervento non si tradurrebbe automaticamente in un vantaggio per tutti i dipendenti interessati. Infatti, l’incrocio tra il taglio del cuneo fiscale — introdotto quest’anno con la legge di Bilancio approvata a dicembre — e la riduzione dell’aliquota potrebbe addirittura penalizzare i redditi compresi tra i 29 e i 35 mila euro. In questa fascia, gli stipendi netti risulterebbero più bassi, con perdite stimate tra i 101 e i 145 euro.


Una promessa che pesa sulle buste paga

Il nuovo intervento sull’Irpef, se approvato, segnerebbe una tappa importante nel percorso di alleggerimento della pressione fiscale. Non cambierà radicalmente la vita dei contribuenti, ma rappresenta un segnale politico e simbolico forte: riportare al centro chi si colloca nella fascia intermedia della società, dopo anni di riforme concentrate soprattutto sulle soglie più basse. Il vero banco di prova sarà la traduzione dei numeri in realtà: per ora ci sono simulazioni, cifre e ipotesi di copertura. Se la misura passerà, saranno le buste paga e gli assegni pensionistici a dire se la promessa sarà stata mantenuta.




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