Flat tax sui redditi degli autonomi
- Walter Pittini

- 8 ago 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Va ripensato il sistema impositivo: lo suggerisce anche il FMI.

Eliminare la flat tax sui redditi degli autonomi. È tra le raccomandazioni del Fondo monetario internazionale, che la definisce una tassazione highly-preferential. Ci chiediamo allora se non sia il momento di ripensare integralmente il sistema impositivo dei professionisti e delle piccole imprese, abbandonando il principio della tassazione secondo criteri di effettività e introducendo un sistema forfetario “spinto”. Certamente sarebbe un cambio epocale, ma ragionevolmente perseguibile in tempi brevi, se gli strumenti di intelligenza artificiale, che ci viene assicurato che siano disponibili anche per le Pubbliche amministrazioni, potranno essere messi in campo. Tecnicamente sembra fattibile. C’è la volontà di fare questo passo?
Il Fondo Monetario Internazionale, secondo l’art. IV del suo Statuto, mantiene consultazioni bilaterali con i singoli Paesi, che si concludono con la pubblicazione a cadenza annuale di un documento dove viene valutato lo “stato di salute” delle rispettive economie, con uno sguardo privilegiato agli aspetti finanziari. Non mancano, però, annotazioni di natura fiscale, dove si evidenziano le aree ritenute più critiche e meritevoli di attenzione da parte dei singoli governi nazionali.
Sotto questo aspetto, per quanto riguarda l’Italia, nell’ultimo report pubblicato (23 aprile 2025), vengono ripetute le raccomandazioni riguardanti la razionalizzazione delle tax expenditures - e cioè di tutte quelle misure, che valgono fra il 6% e l’8% del PIL, che si traducono in agevolazioni, detrazioni e bonus vari, viste complessivamente come costose e poco efficienti - e viene poi rinnovato l’invito alla riforma del catasto immobiliare.
Tutte cose note, e altrettanto notoriamente poco praticabili, almeno senza un grande consenso politico.
Ma il punto più interessante è forse l’invito ad eliminare la flat tax sui redditi degli autonomi (professionisti e piccole imprese), definita dal FMI come una tassazione “highly-preferential”, e cioè altamente agevolata.
Sarebbe, dunque, opportuno iniziare a fare un ragionamento su questa misura, che ovviamente è ben gradita dalle categorie interessate, ma che non pare essere la più efficiente per raggiungere tutti gli scopi che si propone.
Il tema delle piccolissime realtà è particolarmente sentito nel nostro Paese, dove quasi 3 milioni di soggetti IVA non raggiungono un volume d’affari annuo superiore a 300 mila euro. Lo schema impositivo, che è nato dalla riforma del 1973/74 (e che quindi ha cinquant’anni), vede anche per tali soggetti la generalizzata tassazione progressiva del reddito effettivo, determinato su basi contabili.
Ciò porta a obblighi documentali rilevanti anche per attività minime, a costi amministrativi visti come inutili, e comunque ad una complessità del sistema non giustificata sotto il profilo del gettito. Il tutto è poi seguito da un’inevitabile difficoltà accertativa, a cui nel tempo si è cercato di ovviare con i sistemi più vari, fino agli studi di settore e oggi gli ISA.
Oltre alla necessità di una profonda e complessiva semplificazione, vi è poi l’esigenza di favorire fiscalmente le start up ed in genere le nuove attività, per permettere loro di nascere e crescere. Infine, occorre risolvere l’ulteriore problema della riscossione delle imposte dovute, dichiarate ma non versate, particolarmente difficile verso le piccole realtà.
L’attuale sistema non pare sia idoneo a risolvere nessuno degli aspetti sopra indicati, risolvendosi di fatto in una tassazione particolarmente favorevole per coloro il cui volume d’affari si avvicina al limite massimo oggi stabilito in 85 mila euro annui.
Si è quindi creato uno “scalone” fra chi resta nel regime forfetario, soggetto ad un’imposta fissa del 15%, senza subire ritenute e senza applicare l’IVA sull’attività svolta, con evidenti problemi di disparità e concorrenzialità non immediatamente giustificabili, rispetto a chi è fuori da questo regime agevolato.
Esempio Si stima che un lavoratore autonomo in regime ordinario raggiunga il medesimo risultato, in termini di reddito netto disponibile, quando arrivi ad un volume d’affari di circa 120 mila euro annui, rispetto ad un forfetario che ha corrispettivi di circa 85 mila euro. |
Ora, è evidente che a nessuno fa piacere “regalare” 35 mila euro del proprio lavoro all’Erario, e quindi chi si trova in questa situazione cercherà in tutti i modi di restare al di sotto della soglia degli 85 mila euro annui, magari anche rinunciando ad incrementare la propria attività, il che non è esattamente un buon risultato per il PIL del Paese.
Un primo passo per una maggiore perequazione potrebbe essere la previsione di una flat tax ad aliquote crescenti (diciamo 10%, 15% e 20%) in luogo delle attuali due (5% e 15%).
Gli altri due obiettivi, e cioè la semplificazione procedurale e la facilità di riscossione delle imposte dovute, non sono però toccate se non marginalmente dall’attuale assetto normativo.
Ci chiediamo allora se non sia il momento di ripensare integralmente il sistema impositivo dei professionisti e delle piccole imprese, abbandonando il principio della tassazione secondo criteri di effettività.
Ormai la base dati a disposizione dell’Amministrazione finanziaria è estremamente ampia ed affidabile, come peraltro è dimostrato dall’esperimento (per ora partito male) del concordato preventivo biennale. Potrebbe allora essere introdotto un sistema forfetario “spinto”, che raggiunga tutti i soggetti fino a 300 mila euro di volume di affari annuo, per i quali potrebbe essere determinata - quale regime di tassazione naturale - un’imposta sostitutiva complessiva di tipo flat a scaglioni (ricomprendente anche l’IVA, previo accordo con Bruxelles, come già fece la Francia tempo fa), da pagarsi a rate fisse mensili preventivamente comunicate al contribuente; questi, in cambio, godrebbe di un sostanziale azzeramento di tutte (o quasi) le odierne incombenze contabili e burocratiche, ma il mancato pagamento di due o più rate dovrebbe fare scattare l’immediata esecuzione forzata, in modo da evitare l’accumulo di crediti erariali poi mai più riscuotibili. Insomma, il paradigma della “pronta e facile riscossione” delle imposte verrebbe infine concretamente realizzato.
Certamente sarebbe un cambio epocale, ma ragionevolmente perseguibile in tempi brevi, se gli strumenti di intelligenza artificiale, che ci viene assicurato disponibili anche per le pubbliche amministrazioni, potranno essere messi in campo. Tecnicamente sembra fattibile, occorre solo capire se c’è la volontà di fare un passo del genere.


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