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Ecco come dare ai commercialisti il ruolo che meritano

Intervista a Elbano de Nuccio, presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili.


COMMERCIALISTA

28 ottobre 2025

A cura della redazione


Elbano de Nuccio

Professore universitario di economia aziendale e presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili dal 2022, Elbano de Nuccio ha impresso alla categoria una decisa svolta riformatrice. In tre anni ha trasformato un sistema che rischiava di restare ai margini del dibattito istituzionale in un interlocutore centrale per Governo e Parlamento. Oggi rivendica risultati concreti – dalla riforma dell’ordinamento professionale alla ridefinizione della responsabilità dei sindaci – e traccia il cammino delle prossime sfide.


Presidente, qual è il bilancio di questo triennio alla guida dei 120mila commercialisti italiani?

Sono stati anni intensi e totalizzanti, ma ricchi di soddisfazioni. Il nostro obiettivo iniziale era restituire centralità alla professione, riportandola al tavolo delle decisioni che riguardano imprese e cittadini. Non si trattava solo di recuperare visibilità: volevamo che i commercialisti tornassero a incidere concretamente sulle politiche pubbliche.

Oggi possiamo dire che questa missione è compiuta: la voce dei commercialisti è ascoltata e rispettata. Abbiamo ottenuto riforme attese da decenni e avviato un processo di modernizzazione che ha reso la nostra categoria un interlocutore autorevole per Governo, Parlamento, autorità indipendenti e stakeholder economici. È un cambiamento che ha richiesto dedizione e coraggio, ma che ci ha permesso di costruire un modello di rappresentanza nuovo e più efficace.


Qual è stata la strategia per ottenere questa nuova visibilità e incidenza?

Abbiamo scelto un dialogo costante con tutte le istituzioni, convinti che chi applica le norme debba poter contribuire a scriverle. Questo approccio ha permesso di partecipare a riforme di grande portata, come quella fiscale, che ha riscritto un impianto vecchio di cinquant’anni.

Non ci siamo limitati a commentare: abbiamo portato proposte tecniche dettagliate, frutto di un lavoro collettivo che ha coinvolto i nostri ordini territoriali e i migliori esperti della categoria. Il risultato è un sistema fiscale più semplice, equo e stabile, che non serve solo ai commercialisti ma a tutto il Paese.

In generale, abbiamo puntato su una visione di lungo periodo: il nostro ruolo è facilitare la vita delle imprese e dei contribuenti, ma anche contribuire alla competitività del sistema Italia. Per questo abbiamo costruito relazioni istituzionali solide con ministero dell’Economia, Agenzia delle Entrate, Corte dei Conti e Parlamento, trasformando il Consiglio Nazionale in un vero motore di proposte legislative.


Gli Stati Generali con la partecipazione della premier Meloni hanno segnato un punto di svolta?

Assolutamente sì. Per la prima volta un presidente del Consiglio ha partecipato a un nostro evento, riconoscendo pubblicamente il ruolo strategico della categoria. Quella presenza non è stata solo un gesto simbolico: è il risultato di un dialogo costruito giorno dopo giorno, che ha portato il governo a considerare i commercialisti partner indispensabili nella definizione delle politiche economiche.

È stata la certificazione che oggi la nostra professione non è più spettatrice, ma protagonista delle scelte per l’Italia. Da lì in avanti il rapporto con l’esecutivo si è ulteriormente consolidato, consentendoci di accelerare su dossier come la semplificazione fiscale, il rafforzamento dei controlli e la riforma dell’ordinamento professionale.


Quali risultati considera più significativi?

Due su tutti meritano di essere ricordati. Il primo è la modifica dell’articolo 2407 del Codice civile, che ha ridefinito la responsabilità dei membri del collegio sindacale. Per anni questi professionisti sono stati considerati responsabili in modo automatico e solidale, con conseguenze sproporzionate rispetto al loro ruolo effettivo.

Abbiamo lavorato con tenacia per correggere questa distorsione: oggi la responsabilità è finalmente commisurata, proporzionata e giuridicamente fondata, restituendo dignità personale e professionale a migliaia di colleghi e rafforzando al contempo la funzione di garanzia del collegio sindacale.

Il secondo traguardo è l’approvazione della delega per la riforma dell’ordinamento professionale, una normativa che risaliva a vent’anni fa e che non rispondeva più alle esigenze di un mercato radicalmente cambiato. Con questa legge avviamo un percorso che renderà la professione più solida e attrattiva, in particolare per i giovani, con nuove regole su formazione, accesso e specializzazioni. Non è stato facile: in ogni organizzazione ci sono resistenze, ma abbiamo dimostrato che il cambiamento è possibile quando è condiviso e ben argomentato.


Altri traguardi che testimoniano la portata delle riforme?

Ce ne sono diversi e tutti strategici. Abbiamo ottenuto l’introduzione del tax control framework come ambito di competenza esclusiva dei commercialisti insieme agli avvocati: un riconoscimento che ci colloca al centro della prevenzione del rischio fiscale e della compliance d’impresa. Abbiamo conquistato la certificazione dei report di sostenibilità, un ruolo cruciale nell’attuazione delle direttive europee Esg, e l’esclusiva nelle valutazioni delle indennità dei balneari, a garanzia di correttezza e imparzialità.

A questo si aggiungono la riforma del tirocinio, che semplifica l’accesso dei giovani alla professione; la battaglia per l’equo compenso, che tutela la dignità economica dei professionisti; e il rafforzamento del nostro ruolo nel Pnrr, dove i commercialisti sono chiamati a supportare imprese e pubbliche amministrazioni nella gestione dei fondi europei. Tutto questo è stato realizzato in appena tre anni, grazie a un modello di dialogo istituzionale che coinvolge ordini territoriali, ministeri e autorità indipendenti.


Lei parla spesso di “presidenza di prossimità”. Cosa significa in concreto?

Per me significa essere presente sui territori. Ho visitato decine di ordini locali per ascoltare i colleghi, raccogliere proposte e condividere risultati. È un metodo di lavoro che ci consente di non perdere mai il contatto con la base e di adattare le scelte nazionali alle esigenze reali della categoria.

Prossimità e coerenza sono le chiavi della nostra azione: restare fedeli agli obiettivi, anche quando il percorso è difficile, senza cedere a logiche opportunistiche. Vogliamo che ogni commercialista, dal grande studio metropolitano al piccolo professionista di provincia, senta di avere un Consiglio nazionale che lo rappresenta e lo sostiene.


Guardando al futuro, quali sono le prossime sfide?

Dobbiamo consolidare quanto ottenuto e affrontare nuove trasformazioni. Penso alla digitalizzazione spinta dei processi, all’intelligenza artificiale applicata alla fiscalità, alla crescente domanda di consulenza in materia di sostenibilità e governance. Serve un commercialista sempre più consulente strategico, capace di accompagnare imprese e cittadini nelle sfide dell’economia globale.

Parallelamente, continueremo a lavorare per semplificare il rapporto tra contribuenti e fisco, rendendo il nostro sistema più efficiente e trasparente. Il nostro obiettivo è mantenere la categoria protagonista, non solo in Italia ma anche nei tavoli europei, dove si decidono norme che incidono sulla vita economica del Paese.



L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di ottobre 2025 (numero 8, anno 8)

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