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Commercialisti a tutto campo: dalla gestione dati ai report Esg

11 ago 2025
Tempo di lettura: 4 min

Nuovi mercati. Un elenco di 50 specializzazioni e competenze nella bozza di riforma della professione, ma occorre fermare la fuga dei giovani e puntare sull’offerta di servizi a più alto contenuto tecnologico.

Commercialisti

Venti attività riservate più trenta tradizionali, tipiche della professione di commercialista. Sta anche in questo lungo elenco di ambiti e competenze del commercialista, contenuto nella bozza di riforma della professione presentata dal Consiglio nazionale dei commercialisti, un quadro del possibile futuro della professione.


In realtà l’elenco è tra i vari punti molto controversi della bozza, criticato da chi ritiene che nella semplice definizione di esperto fiscale, quotidianamente a fianco di privati e aziende, siano già racchiuse tutte le competenze del commercialista.


«Qualcuno ha definito la lista della nostra bozza un elenco della spesa – commenta il presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti, Elbano de Nuccio – mentre secondo me è la più completa mappatura di tutte le competenze a noi riconosciute dalle leggi, ma anche dai nostri clienti. Deve servire non solo a delimitare un perimetro, ma anche a rendere più chiaro e leggibile il ruolo del commercialista nella società. Un professionista che non è più una figura sostituibile».


Accanto alle attività riservate (non in esclusiva, peraltro) come quella per il rilascio dei visti di conformità o di esperto di gestione della crisi di impresa, ci sono anche le attività classificate dalla stessa bozza come “tipiche” per la categoria. A leggerle si intravedono, in controluce, le tante direzioni che la professione sta prendendo: c’è la finanza di impresa, ma anche la consulenza su gestione, strategie, pianificazioni e ristrutturazioni aziendali o nella programmazione economica negli enti locali; «la redazione e la asseverazione – si legge nel documento – delle informative ambientali, sociali e di sostenibilità delle imprese»; l’analisi e la certificazione dei flussi di dati digitali, il change management e anche «l’analisi e la formulazione di strategie di marketing».


Il lavoro con i dati

Ma veniamo alle esperienze concrete sul campo. Prendiamo, ad esempio, proprio la gestione, l’analisi e la conservazione dei dati. Per Robert Braga, commercialista “digitale”, come ama definirsi, co-fondatore dello studio Swing e presidente della commissione sull’intelligenza artificiale del Cndcec, il dato è una sorta di tesoro, ancora in parte inesplorato, nelle mani del commercialista. «Possiamo estrarre dati da ogni documento aziendale, dai bilanci alle fatture elettroniche – sintetizza – ma i dati vanno gestiti, normalizzati e resi utilizzabili per qualsiasi consulenza a valore aggiunto». Tenendo sotto controllo i dati aziendali, ad esempio, («Cominciamo dai corsi Excel» raccomanda Braga) il professionista può lanciare alert all’imprenditore sui flussi di cassa o segnalargli se una merce è acquistata a prezzi non competitivi. Lui, in particolare, si è specializzato nella conservazione digitale a norma (funzione prevista anche dalle linee guida Agid) , settore in piena espansione. «Da Bruxelles – ricorda Braga – stanno arrivando regolamenti per rendere digitali il Crm e il documento di trasporto, a breve anche il registro rifiuti».


Le aziende richiedono anche sempre più specialisti di business intelligence, in grado di “leggere” i dati aziendali per orientare le strategie. David Bianconi, commercialista «con una passione per l’informatica» che lo ha avvicinato a Power Bi e ad altri linguaggi di analisi si divide tra le consulenze di business intelligence (insieme con Francesco Bergamaschi socio in Kubisco) e l’attività di formatore per colleghi e aziende da Bolzano a Palermo, «sia su Power Bi sia, in generale, sul controllo di gestione».


L’obiettivo è «far capire e rappresentare in modo tempestivo come l’azienda produce valore», conclude Bianconi che indica, a cascata, anche la valutazione degli adeguati assetti organizzativi come una delle nicchie più promettenti.


Le tecnologie in studio

Per ora, però, l’interesse per le nuove tecnologie è orientato soprattutto verso lo studio e molto meno per offrire nuovi servizi: lo conferma anche l’ultimo rapporto dell’Osservatorio Professionisti e innovazione digitale del Politecnico di Milano: tra i commercialisti, le tecnologie più presenti sono i sistemi di videoconferenza (68%) o la conservazione digitale a norma (47%), solo il 17% utilizza sistemi digitali per la gestione della crisi di impresa, ancora meno per la business intelligence (7%).


La sostenibilità

A chi teme che il filone delle analisi e delle certificazioni Esg si già raffreddato, dopo i rinvii al 2027 degli obblighi di certificazione da parte del decreto Omnibus, de Nuccio ricorda che questi report sono già indispensabili, ad esempio nei rapporti con le banche. «Sono richiesti per il merito creditizio – ricorda – anche perché consentono di ottenere credito a tassi più vantaggiosi». Al commercialista che è anche revisore legale le norme affidano già il compito di validare la rendicontazione di sostenibilità.


La fuga dei giovani

Ma quella del commercialista resta una professione ad alto tasso di stress. Gli «appesantimenti normativi senza aumento proporzionale della redditività» sono la prima preoccupazione per il 62% di questi professionisti, come nota sempre il Politecnico. E infatti per il terzo anno di fila il numero dei praticanti diminuisce: - 5,7% nel 2024 rispetto all’anno prima.


Ad essere meno attrattive non sono però le attività quanto la libera professione in sé, come confermano anche dai grandi studi. «Da qualche anno notiamo nei giovani talenti una disaffezione verso la libera professione – commenta Andrea De Vecchi, Ceo di Andersen Italia –. Spesso i neolaureati preferiscono essere inquadrati come dipendenti e quindi non si candidano per l’esame di abilitazione». In Andersen il reclutamento è continuo: «Proponiamo anche incentivi per favorire l’abilitazione da commercialista e da avvocato – aggiunge De Vecchi – come bonus e tempo per lo studio, ma spesso non bastano. I giovani rinunciano comunque alla carriera futura e alla possibilità di diventare un giorno soci».



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