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La pittura impegnata di Carlo Levi

Intellettuale engagé quando aveva un senso definirsi tale, la sua produzione con i pennelli non è seconda, artisticamente, a quella che l’ha consacrato con Cristo si è fermato a Eboli.

Carlo Levi
Piero Martina Ritratto di Carlo Levi, 1942, olio su tela, 81x63 cm, collezione privata.

All’origine, c’è stato un libro, Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi (1902-1975).

È il diario romanzato del confino subito da Levi, membro di un’importante famiglia ebraica di Torino (da parte della madre era imparentato con i Treves), antifascista della prima ora, nella sperduta località di “Gagliano”, ovvero Aliano, in Basilicata, quando ancora l’amministrazione statale la chiamava Lucania. È lì, a contatto diretto con una realtà troppo sconveniente per non essere occultata dal fascismo, che il cittadino Levi si rende conto dell’esistenza di una cultura locale incredibilmente lontana dalla sua, condizionata in modo stringente da miseria, classismo, superstizione (la sua formazione di medico lo porta più volte a scontrarsi con le credenze popolari), da un’atavica rassegnazione alla sofferenza, ma con vicende individuali meritevoli comunque di compassione e riguardo. Un’esperienza così intensa, quella passata in Lucania, da cambiare alla radice l’indole di Levi, rendendolo sensibile alle istanze dei ceti più disagiati come mai era stato prima.


Prima di darsi alla narrativa Levi era stato, e continuerà a esserlo, pittore. A lui, concentrandosi in particolare sul rapporto che lo legò al collega torinese Piero Martina, ma anche presentando in appendice dipinti poco visti provenienti dalla collezione di Angelina De Lipsis Spallone, la Galleria d’arte moderna di Roma dedica un omaggio in ricordo del cinquantenario della morte. Inutile negarlo, Levi, la cui caratura in arte non è stata certo da meno di quella letteraria, come anche la mostra di Roma, se ce ne fosse bisogno, non fa che ribadire, è passato di moda rispetto alla notevole considerazione di cui ha goduto in vita.

paesaggio sul fiume
Piero Martina Il paesaggio sul fiume, 1959-1960, olio su tela, 63,5 * 105,5 cm, Roma, Sovrintendenza Capitolina, depositi MACRO.

La ragione è forse da riscontrare nel discredito generalizzato che ha conosciuto la figura dell’intellettuale engagé di cui Levi ha costituito una delle incarnazioni italiane più rilevanti, vuoi perché troppi sono stati gli “impegnati” reali o sedicenti che da lui in poi hanno squalificato il campo, vuoi per via di un processo generalizzato di “intellectualise” di massa che sta portando gli ignoranti, chissà se per una forma di progresso al momento poco comprensibile, a emanciparsi dall’imbarazzo di sentirsi tali.


Era decisamente un altro mondo quello in cui ha vissuto Levi, difficile dire fino a che punto migliore o peggiore, in cui però essere intellettuale d’impegno civile aveva un senso completamente diverso da quello che può avere oggi. In quella veste, Levi ha fatto della libertà il suo principio di riferimento fin dai suoi primi approcci alla mentalità adulta. Ancora studente di medicina, si muove sulla scia di Piero Gobetti e della Rivoluzione Liberale, il nome della rivista da lui promossa, venendone avviato alla passione per la pittura attraverso il tramite di Felice Casorati. Insieme ad altri emuli di Casorati, Levi intuisce che il maestro, faro del rétour à l’ordre nazionale, sta per conoscere una fase di progressiva “francesizzazione” in cui il colore cerca di opporsi alla tirannia neo-rinascimentale del disegno riscoprendo in sé stesso nuove energie espressive.


Essere pittori, tanto più se lo si era secondo una linea poco gradita al nazionalismo culturale già allora in fase di affermazione dilagante, rispecchia in Levi un’autonomia di pensiero che provvede a rinforzare nel modo più coerente, soggiornando nella città per antonomasia della libertà intellettuale, Parigi (1923). La vivacità di stimoli assorbita a più riprese a Parigi se la porta dietro nei rientri a Torino, quando i volumi netti e gli spazi atarassici derivati da Casorati, dal caratteristico punto di vista rialzato, vengono messi in discussione da un vitalismo cromatico di ambientazione privata, quasi intimistica, che vuole affrontare nature morte e i volti di persone nei termini di un puro esprimersi fra Rénoir, Matisse e Soutine. È un bisogno di arte nuova, verificabile in mostra da opere come Le officine del gas (1926) dove si accenna a quella che diventerà una caratteristica dello stile di Levi, la disposizione del partito cromatico secondo flussi ondulari, che accomuna il pittore a due giovani critici: Edoardo Persico, che si trasferì a Torino, e poi a Milano dove, nel poco di vita rimastagli, sarebbe diventato straordinario sostenitore dell’architettura razionalista; e Lionello Venturi, l’unico docente universitario di storia dell’arte che si rifiuterà di giurare fedeltà al fascismo. Si forma così nel 1928, col sostegno dell’imprenditore gobettiano Riccardo Gualino, il gruppo dei Sei di Torino (Boswell, Menzio, Paulucci, Chessa e Galante oltre Levi), il più dichiaratamente europeista, sulla rotta del post-impressionismo, di tutto il panorama artistico nazionale.


È poco dopo questo momento che il giovane Piero Martina incontra Levi di cui diventa amico, cominciando una relazione artistica che dal 1950 li vedrà vicini a Roma, anche se seguendo strade non sempre coincidenti. Se per il Levi dell’epoca il bisogno di realtà diventa relativo, condensandolo in gran parte in un certo uso del chiaroscuro (Lelle seduta, 1933; Donne furenti, 1934; Ritratto con fornello, 1935), Martina lascia corso a una creatività che tutto tiene in superficie con effetti anche destrutturanti (Interno con cappello, 1937; Ritratto con maschera, 1938). Per Levi è cominciata intanto la persecuzione politica: iscrittosi a Giustizia e libertà di Carlo Rosselli, viene segnalato come antifascista dalla spia Dino Segre, scrittore di successo con lo pseudonimo di Pitigrilli. Confinato nel 1935, preferisce in seguito rifugiarsi in Francia dove è sempre seguito dalla cugina Paola Levi, sorella di Natalia Ginzburg, nata Levi, da cui avrà una figlia (in seguito si legherà a Linuccia Saba, figlia di Umberto). Tornato in Italia, partecipa alla Resistenza fiorentina dedicando sempre più tempo alla scrittura e alla politica, prima col Partito d’azione, poi col Pci Ma la pittura assume una cifra di popolarismo brut che sovraccarica le dissoluzioni francesiste di una volta. Non è certo esente da retorica quando tratta i temi dei diseredati e delle lotte sociali, ma è ancora capace di rivelare imprevedibili crepitii di spirito lirico quando non sente l’obbligo di rispondere a un credo.

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