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Sì all’euro digitale

Ci sono alcuni aspetti del fare impresa in Italia che andrebbero presi in considerazione per costruire un sistema più concorrenziale.


WS

A cura della redazione


Aspetti che non necessariamente riguardano l’introduzione di nuovi incentivi, agevolazioni fiscali, sgravi, risorse a fondo perduto, in qualche misura, non si tratta della richiesta di contributi pubblici. Anche perché la disciplina dei conti, e la manovra che ha appena iniziato il suo percorso parlamentare, va in questa direzione e non lo consentirebbe.


Eppure qualcosa è possibile per migliorare le condizioni, il contesto nel quale le imprese devono operare. A ottobre Centromarca, l’associazione dell’industria di marca, che raggruppa imprese che danno lavoro a circa 100 mila persone, ha presentato alcune proposte per rendere piu efficiente il quadro normativo e meno complicato il modo di fare impresa, senza chiedere sconti fiscali. Si tratta di proposte cosiddette a zero budget, quelle che per gli uffici del ministero dell’economia e delle Finanze, rappresentano, di questi tempi, le poche da poter prendere in considerazione senza temere l’aumento del deficit o del debito pubblico.


L’associazione italiana dell’industria di marca, presieduta da Francesco Mutti, ha suggerito alcune idee per migliorare il quadro competitivo e rafforzare un settore, quello del largo consumo, che vive da tempo con tassi di crescita non proprio elevati. Recuperare efficienze, de-burocratizzare rendendo qualche documentazione più digitale (meno certificati chiesti più volte), idee per migliorare la logistica e semplificazione del quadro normativo. Nessuna riforma, dunque piuttosto interventi di manutenzione. Ma c’è un altro passaggio, che forse riguarda tutti i settori dell’economia: la richiesta di ridurre gli spazi della concorrenza sleale legata al fatto che sul mercato alcune imprese operano senza rispettare la legalità. Una realtà contro la quale le imprese sane, senza un’iniziativa solida dello Stato, possono fare molto poco: dai contratti pirata (che per i lavoratori possono significare 8 mila euro di stipendio in meno), all’evasione fiscale, al mancato rispetto delle regole che ogni settore deve (o dovrebbe rispettare). Ecco, un mercato disuguale non conviene né allo Stato né alle imprese, né ai cittadini. Si potrebbe anche partire da qui.

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