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Valori di una società globale

Postmoderno, relativismo e realismo.

Valori

La guerra è tornata almeno dal 2022 ad essere al centro delle preoccupazioni di ciò che chiamiamo pomposamente «occidente», ma è lo spicchio di mondo in cui sono nato e cresciuto. Significativamente, nessuno ha tratto la conclusione che il ritorno della guerra fosse il risultato della fine dei valori di tolleranza e di relativismo dei valori, di dialogo a tutti i costi, che avevano caratterizzato il postmoderno. O, meglio, qualcuno ci si è provato e ci prova tuttora, ma il gioco funziona male, convince poco, e si rivela per quello che è: la remissività di Chamberlain e di Daladier di fronte a Hitler e al suo accompagnatore che, complice il fez, ricordava Lothar, il cameriere di Mandrake. Con la mancanza di realismo e di dignità che spinse tanti nella Germania occidentale ad abbracciare, di fronte allo schieramento dei missili sovietici, lo slogan «meglio rossi che morti». Slogan che ritroviamo in coloro che oggi ci dicono «vogliamo forse fare la guerra alla Russia?», che, in parole povere, significa: arrendiamoci alla Russia.


Pensare che il ritorno della guerra dalle mie parti sia una conseguenza della fine del postmoderno è confondere le cause con gli effetti. Il postmoderno è tramontato proprio perché il suo presepe tranquillizzante fatto di aggrediti invitati a coltivare il dialogo con gli aggressori, di agnelli tacciati di positivismo perché obiettano al lupo che è fisicamente impossibile che gli abbiano intorbidato l’acqua, non ha tenuto alla prova dei fatti. E ha potuto circolare solo perché un equilibrio militare basato sul terrore reciproco ha tenuto la guerra lontana dal mio spicchio di mondo per qualche decennio. Ma già per chi è nato negli Stati Uniti c’è stata la concreta possibilità di passare la vita su una sedia a rotelle come conseguenza di una ferita ricevuta sul delta del Mekong (per la controparte vietcong l’alternativa era forse più pietosa, la morte, perché nessun elicottero li avrebbe prelevati e portati in un’infermeria di campo che li avrebbe condannati a una vita mutilata). Per chi è nato in Francia c’è stata prima la guerra in Indocina e poi quella in Algeria, culminata con lo sterminio degli Harkis, i francesi d’algeria di fede musulmana che avevano combattuto per quella che avevano scelto come la loro nazione, ossia la Francia. E i sussulti della decolonizzazione erano appena cessati, lasciando magari spazio a guerre tra i decolonizzati, che abbiamo assistito alle guerre arabo-israeliane; alla guerra tra Iran e Iraq; allo scontro fra ciò che restava dell’impero britannico e i generali argentini per le Malvine; alle guerre nei Balcani; alle due Guerre del Golfo.


Bisogna avere una bella dose di coraggio o di amnesia per celebrare i decenni passati come una belle époque (che anche lei fu tutt’altro che immune da conflitti: si pensi alla guerra anglo-boera, a quella russo-giapponese, alle sconfitte coloniali di Adua e di Isandlwana). Ora, come vediamo, quella degli ottant’anni di pace è un’illusione ottica, a voler essere teneri, una miopia o una scotomizzazione a voler essere giusti. Pierre Bayle sosteneva che non c’è setta filosofica che, per quanto sconfitta, non possa risorgere sotto altri cieli e con l’illusione di ricominciare da

capo. Risorgeranno prima o poi dei postmoderni pronti a riprendere l’elogio del dialogo di fronte ai droni e ai carri armati. Per l’intanto, dobbiamo, guardando a quello che succede in Europa e nel mondo, prendere atto di una circostanza semplice e tutt’altro che cinica, che era chiarissima a Tucidide e a Machiavelli. E cioè che i valori da soli né causano né evitano le guerre. Servono, nella loro enorme diversità, a guidare i destini individuali, nei casi, non così frequenti, in cui gli individui siano capaci di rimanere fedeli ai loro valori. Ma per quanto riguarda i destini collettivi, i valori non servono a niente, come hanno dimostrato i fallimenti della Società delle Nazioni prima, e delle Nazioni Unite poi.


Significa che i valori non servono a niente in generale? No, l’ho appena detto. Significa che i valori sono tutti uguali, bussole più o meno simili che puntano sulle direzioni più diverse del quadrante, e va sempre bene? No. Ci sono valori e valori. Da erede di una nazione sconfitta permettetemi di parlare della sconfitta del Giappone ottant’anni fa. I valori occidentali che il popolo giapponese ricevette come una imposizione (insieme a tanti altri popoli) nel settembre 1945 dal generale Macarthur sceso dalla corazzata Missouri in cui si era firmata la capitolazione del Giappone non sono mai stati universali, per cui quello che ci sembra una stranezza dell’oggi — la crisi dei valori universali— è una costante della natura umana. D’altra parte, quelli che oggi si presentano come i vincitori della guerra contro il Giappone, cioè i cinesi (abbiamo visto le grandi, e storicamente false, celebrazioni del 2 settembre scorso a Pechino), avevano dei valori molto diversi che, di nuovo, non vennero imposti in Giappone. E coloro che in extremis, con una pesante e dimenticata offensiva in Manciuria, il 9 agosto del 1945, guidata dal maresciallo Zhukov, il vincitore della Battaglia di Berlino, diedero la spallata finale all’armata imperiale, cioè i russi, avevano dei valori ancora diversi, che imposero dietro la cortina di ferro ma non qui in Giappone.


Nei destini collettivi, cioè nella politica e non nell’etica, la forza precede, e l’etica segue: riconoscerlo non è cinismo, ma insofferenza verso una visione del mondo ridotta a Kindergarten. Questo significa sposare il relativismo dei valori? No. Proprio il contrario. Il relativista postmoderno è (o era) disposto a considerare relativi anche i propri valori, il che pare renderlo particolarmente duttile e dialogico; ma la verità è che alla fine cede semplicemente di fronte alla forza altrui o agli interessi propri.


Il realista dei valori sa che sono proprio questi che danno senso alla sua vita e alle sue azioni. Che se verrà meno ai propri valori entrerà in conflitto con sé stesso e soffrirà. Sa che questi valori non sono caduti dal cielo, che li ha appresi nel corso del tempo (se, come è auspicabile che sia, li ha appresi). E può anche succedere che sia disposto a morire per i propri valori, cosa che nessun postmoderno — se coerente — potrebbe fare. Ma sa anche che quelle guide della vita non sono universali (il che non li rende relativi), e che proprio per questo deve essere capace di comprendere i valori degli altri, senza però mai coltivare il sogno, puramente mitologico, di una universalità dei valori condivisi. Cioè di un paradiso sognato che diventerebbe un inferno se vissuto, già dal momento in cui ci si trovasse anche solo a decidere quale dei giorni della settimana è il giorno di festa.

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