Diamanti, tra Angola e Botswana la sfida sul controllo di De Beers
- Walter Pittini
- 25 set 2025
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Il presidente del Botswana, Duma Boko, ne parla come di una «questione di sovranità». La stessa che può trasformare l’operazione in un’alleanza o in una contesa, a seconda delle reazioni in arrivo da Gaborone. Il futuro di De Beers, il colosso anglo-sudafricano dei diamanti, sembra entrato in un nuovo rebus politico e societario dopo il botta e risposta indiretto fra i Governi del Botswana e dell’Angola: i protagonisti di due offerte che intricano, ancora di più, le prospettive di un gigante in via di dismissione dalla controllante Anglo-American dopo anni cupi per il settore delle gemme preziose.
Boko, salito al potere nel 2024, ha dichiarato nei giorni scorsi l’obiettivo di completare l’acquisizione di una quota di maggioranza di De Beers «entro il mese prossimo», alzando la quota nelle mani del Governo dall’attuale 15% a oltre il 50%: un traguardo che rientra nella sua agenda politica e si accoda alle trattative già coronate con Debswana, la joint venture fra Gaborone e De Beers, per l’aumento delle quote di vendite fino a una soglia paritaria del 50%. Boko ha ribadito nei giorni scorsi che il Governo «è più che pronto» a chiudere la operazione, a quanto riporta Bloomberg con l’appoggio di un fondo dell’Oman per finanziare l’acquisto.
Ieri l’Angola ha fatto irruzione nella manovra quando Endiama, la società pubblica dei diamanti di Luanda, ha formalizzato l’offerta per una quota di minoranza nella stessa De Beers. L’intenzione dichiarata del Governo angolano è di affidare la società a una struttura regionale che includa Angola, Botswana, Namibia e Sudafrica, «garantendo che nessuna parte prevalga sulle altre e che l’azienda possa crescere come entità commerciale veramente internazionale», ha dichiarato Diamantino Pedro Azevedo, lo stesso ministro delle Risorse naturali che ha traghettato Luanda nello strappo con l’organizzazione di produttori petroliferi Opec.
Anglo American vuole disfarsi della sua quota dell’85% di De Beers, cedendo una costola diamantifera sempre meno promettente: la società ha ridotto a 4,9 miliardi di dollari il valore del gruppo dopo i tumulti del mercato delle gemme preziose negli ultimi anni, incalzato dalla concorrenza dei diamanti sintetici e dalla flessione generale della domanda.
L’Angola, al contrario, ha rimesso mano alla sua industria di settore e sta incassando risultati in ascesa, dopo una revisione interna che ha incluso anche l’estromissione del gigante russo Alrosa in favore del fondo omanita Maaden International Investment. Oggi le vendite sono in aumento e il loro valore ha sorpassato quello realizzato dal Botswana nel 2024, con stime del sistema di certificazione Kimberly Process che parlano di un bilancio di 14,03 milioni di carati per 1,41 miliardi di dollari a Luanda contro i 18,13 milioni di carati da 1,36 miliardi di Gaborone.
La spinta angolana per un consorzio nell’Africa australe ha spiazzato alcuni, ma i riscontri possono essere favorevoli. «L’annuncio dell’Angola è molto intelligente», spiega Edahn Golan, analista esperto di diamanti e titolare dell’omonima Edahn Golan Diamond Research & Data. Luanda, aggiunge Golan, sta «offrendo ai Paesi la possibilità di possedere congiuntamente De Beers, senza che nessun Paese detenga la maggioranza, e mantenendo l’azienda indipendente».
Il terzo fronte è quello più scivoloso, anche sul suo versante interno: il Botswana ieri è rimasto in silenzio su una proposta tanto conciliante nei toni quanto tranchant rispetto alla linea esibita dal Governo di Gaborone. La «sovranità» rivendicata da Boko è un tassello delicato nella sua agenda, visto che in gioco è la rivitalizzazione di un’industria diamantifera intrecciata alla storia del Paese e alla sua salute economica, oggi vacillante. «Boko sta cercando di agire così per una questione di influenza – spiega un analista botswano –. Va bene cercare di equilibrare i rapporti, ma non sono sicuro che il Paese abbia la capacità di farlo ora».
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