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Senza fine

Un inno al superamento della limitatezza, nell’amore e non solo, che è anche sfida tecnica (vinta): il bracciale Love di CARTIER si evolve e diventa flessibile.

CARTIER

Ci sono concetti con cui da sempre gli studiosi, dai matematici ai filosofi passando per i teologi e i fisici, sono chiamati a confrontarsi: tra questi, uno dei più affascinanti è quello dell’illimitato, l’infinito. L’intera riflessione filosofica degli esordi, da Anassimandro in poi, ruota intorno alla contrapposizione tra limite (“pèras”) e illimitato (“ápeiron”). A pensarci bene, però, non è necessario essere fini pensatori per sperimentare il desiderio di provarla, quell’infinità senza limiti temporali o di alcuna sorta. È quello che succede quando siamo innamorati, per esempio. C’è una condizione più perfetta di quella in cui si sospira, sognando che sia “per sempre” il sentimento che ci unisce a un’altra persona? All’amore puro e fedele Cartier New York, per mano di Aldo Cipullo, nel 1969 aveva dedicato Love: un bracciale rigido dalla forma ovale e dalla struttura composta da due sezioni piatte in oro 18 carati che si possono chiudere soltanto con l’apposito cacciavite e per questo suggello di una relazione così forte di cui solo la persona giusta ha la chiave. A questo dettaglio speciale si univa un design minimale, molto diverso dai gioielli diffusi in quegli anni, decorati di pietre preziose e dettagli elaborati: a caratterizzare la superficie liscia del bracciale Love, infatti, era il ritmico rincorrersi del disegno della testa a vite.


Ma c’era anche quel rivoluzionario presentarsi come un gioiello genderless e il fatto che tra i primi a indossarlo ci fossero stati Elizabeth Taylor e Richard Burton, che si dice avvitassero e svitassero il gioiello in base agli alti e bassi del loro amore burrascoso... Tanti, insomma, gli ingredienti che decretarono il successo planetario e immediato di Love, che negli anni si è vestito di diamanti e platino, oro bianco e rosa accanto alla versione classica – e che è diventato anche anello, collier e orecchini. Oggi il bracciale si trasforma sfidando il concetto di confine con Love Unlimited, una versione sinuosa e contemporanea, flessibile perché composta da maglie scanalate. Questa verticalità segna il ritmo sulla superficie del bracciale, insieme alle classiche viti tonde del modello originario: i due motivi, interamente lucidati a mano e regolarmente alternati, celano allo sguardo il punto esatto in cui si trova la chiusura, come un segreto speciale. Anche per Unlimited, che ha richiesto, dal disegno originario al risultato finale, oltre cento prove e prototipi da parte di creativi e artigiani gioiellieri, protagonista del gesto della chiusura è l’azione di una vite su un sistema brevettato che permette di attaccare un altro bracciale, in coppia o in gruppo, in oro bianco, rosa o giallo. Segno di un’evoluzione del concetto di amore stesso che supera i limiti e si rende flessibilità da indossare sempre, per accompagnare come una seconda pelle e accogliere il moltiplicarsi del sentimento.


Un miniabito di organza increspato di fiori ricamati apre la sfilata P/E 2022 di Valentino, esplicito tributo del direttore creativo Pierpaolo Piccioli al fondatore e alla sua Collezione Bianca del 1968. Sogno etereo e modernissimo, il vestito riprendeva fedelmente il look d’archivio della maison, diventando strumento di una nuova narrazione. Se la moda è un fiume che scorre con la storia del mondo e ne esprime il continuo desiderio di cambiamento, oggi l’heritage, cioè la valorizzazione delle proprie radici, diventa un aspetto fondamentale dell’identità di un brand. «Una tendenza nata con l’affermarsi della globalizzazione alla fine negli anni 90, quando i poli del lusso hanno iniziato la scalata a marchi con una storia importante, puntandone al rilancio», spiega Sofia Gnoli, storica della moda, professoressa all’Università Iulm e curatrice, che al tema ha dedicato il libro Archeologia della moda, in uscita questo mese per Carocci. «In un mondo in cui tutto corre velocissimo, la moda riparte dalla storia, dal passato, dall’heritage. Gli archivi diventano allora un punto di partenza per comprendere il presente e costruire il futuro».


Per una griffe è fondamentale possedere pezzi storici: l’archivio è il referente d’elezione, la linfa del processo creativo, e l’abito una sorta di reperto e preziosa risorsa di memorie. «I brand utilizzano l’heritage da una parte per recuperare pezzi iconici da rileggere e citare, dall’altra per promuovere il brand. È in questo senso che va letta la valorizzazione dell’archivio attraverso musei aziendali, mostre e prestiti a celebrità in occasioni altamente mediatiche», spiega Gnoli, che mappa in un capitolo gli archivi più importanti della moda, tra cui quello di Dior, conservato a Parigi, che oggi conta circa 10mila tra abiti, tessuti, accessori, o di Gucci a Firenze, con più di 40mila creazioni di cui oltre 5mila borse e 2mila pezzi di valigeria. In un contesto che mira ad accrescere il potere simbolico di un marchio, il direttore creativo ha un ruolo chiave: con la sua visione l’archivio supera il tempo e ogni riferimento alla tradizione trasfigura in qualcos’altro e diventa segno di modernità. «Come ha fatto Pierpaolo Piccioli da Valentino con il progetto Archive, e prima Tom Ford da Gucci, che ha riletto i codici identificativi della maison senza stravolgerli, dal tessuto con la doppia G alla riedizione di storiche borse come la Jackie», continua Gnoli. Oggi, con l’incertezza diffusa nel sistema moda, testimoniata anche dai numerosi cambi di direttori creativi nelle aziende del lusso, la ricerca del nuovo non passa dall’invenzione asettica e fine a se stessa, ma scava nella memoria, guarda all’heritage. Che significa conoscenza tecnica e sapienza del fare, e prima ancora del sentire.

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