«Il made in Italy leader anche nel lusso a tavola»
- Walter Pittini
- 22 set 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Lo storico brand di posate fa parte del gruppo Arcturus (10 marchi, 165 milioni di ricavi) della famiglia Coppo. «Puntiamo sul Medio Oriente, hospitality in crescita».

Si chiama art de la table ed è uno dei tanti settori in cui il made in Italy si è fatto conoscere nel mondo. Con un brand su tutti, presente oggi in oltre 90 Paesi: Sambonet e le sue posate, articoli da tavola e per la cucina di design, principalmente in acciaio inox di qualità. È nato nel 1856 e ha una storia fatta di innovazioni e riconoscimenti, come in questi giorni l’ingresso in Altagamma, l’associazione che riunisce le imprese dell’alta industria culturale e creativa italiana. Dai Compassi d’oro — la celebre Pesciera l’ha vinto nel 1970, per poi entrare nella collezione del Moma — al rebranding dello scorso anno, la prossima tappa è Host, la più importante fiera globale della ristorazione e dell’accoglienza, a Milano dal prossimo 17 ottobre. «Presenteremo materiali nuovi e nuovi prodotti, come i carrelli di servizio per i ristoranti ispirati al mondo del front cooking , che è sempre più presente in sala».
A parlare è Giovanni Coppo, 41 anni, amministratore delegato di Sambonet Paderno Industrie e membro della holding Arcturus, fondata dal padre Pierluigi e dallo zio Franco, che oltre a Sambonet detiene altri nove marchi tra i più noti produttori di articoli di design di alta qualità per tavola, cucina e living. Ci sono, tra gli altri, le pentole professionali Paderno, le porcellane Rosenthal, l’argenteria francese Ercuis e Raynaud, le mitiche porcellane di Limoges. La holding con sede a Orfengo, nel novarese, negli ultimi trent’anni è cresciuta per acquisizioni e ha diversificato offerta e canali distributivi andando a coprire pressoché tutti gli ambiti della tavola, con tre siti produttivi in Europa, filiali commerciali anche negli Usa e in Cina e oltre 900 dipendenti. Fiore all’occhiello è proprio Sambonet, acquisito nel 1997 dalla famiglia Coppo, già nota nel settore della cucina professionale con Paderno. Sambonet fa la parte del leone nei ricavi del gruppo: 77 milioni di euro circa sui 165 complessivi del 2024, con un export pari al 59% (il gruppo che arriva all’80%). Giovanni Coppo è la seconda generazione della famiglia di imprenditori e non nasconde l’orgoglio di guidare aziende con storie così «pesanti». «Quest’anno è importante perché festeggiamo i cento anni di Paderno, il marchio da cui è iniziato tutto — racconta —. Mio papà e mio zio, partiti dall’officina meccanica del nonno Giovanni, terzista a Milano, ebbero l’occasione di rilevare Paderno alla fine degli anni Settanta.
L’azienda era nata nel 1925 ed era specializzata nella produzione di pentole per la ristorazione professionale. Negli anni Ottanta mio padre viaggiava con la valigia in tutto il mondo per farle conoscere, dal 1997 è iniziata la strategia di acquisizioni e ora siamo uno dei gruppi di riferimento del settore».
L’eredità e il futuro
Per il centenario l’azienda ha investito in un grande progetto di comunicazione che sarà svelato proprio nei giorni di Host e che arriverà anche in metropolitana a Milano. Spiega Coppo: «Nasciamo per il b2b ma ora siamo cresciuti anche nella distribuzione diretta, sempre mantenendo un posizionamento premium, e anche nelle private label, con molte griffe della moda che hanno lanciato le loro collezioni per la casa. Siamo convinti che ogni brand debba rimanere autentico e rilevante nel mercato. Oggi il consumatore è sempre più esperto e il marchio ha il ruolo di semplificatore di scelte, con un purpose e un’identità chiare. Noi ad esempio abbiamo dato un’importanza strategica anche alla sostenibilità: il nostro stabilimento nel novarese è alimentato al 100% con fonti rinnovabili, dal 2012, tra i primi nel settore, pubblichiamo il bilancio di sostenibilità, investiamo nella parità di genere e nei giovani. Ho avuto un figlio dieci mesi fa e sono ancora più convinto che sia un nostro dovere non lasciare loro un mondo peggiore del nostro».
A proposito di giovani, come rappresentante della seconda generazione della famiglia Coppo in azienda c’è anche la cugina di Giovanni, Alessandra, manager della gestione delle scorte e dell’ampio assortimento. Spiega il ceo: «La successione è stata preparata per tempo, dieci anni fa è stato costituito un patto di famiglia che stabilisce le regole dei nuovi ingressi. Quando ho preso le redini dell’azienda papà e zio erano ancora parzialmente operativi, poi hanno cominciato a delegare, è stato un passaggio delicato. Oggi siedono in cda con me, mia cugina e con due membri esterni». Si tratta dell’ex manager di Telecom e A2A Marco Patuano e di Mara Caverni, managing partner della boutique di consulenza New Deal Advisors.
Coppo, dopo gli studi alla Bocconi e le prime esperienze in consulenza, è subito entrato nelle aziende di famiglia. A Parigi ha affrontato il retail, negli Usa ha seguito anche il fronte dell’hospitality. Conosce bene il mercato americano, terzo per il gruppo dopo Italia e Germania. Preoccupato per i dazi? «Sono stati un piccolo terremoto, per ora li stiamo gestendo e il mercato tiene, alla lunga avranno effetti sull’inflazione — dice l’imprenditore —. Noi italiani siamo flessibili e ci adeguiamo alle situazioni, questo è un vantaggio competitivo, ma dobbiamo continuare a lavorare sulle eccellenze e non sui volumi. I tempi in cui viviamo non danno visibilità certa sul futuro ma non ci spaventiamo, perché siamo un gruppo abituato a ragionare sul medio-lungo termine, per questo continuiamo a investire sui brand».
Forse anche questa è la ragione per cui la Borsa non ha mai attirato i Coppo. «È sicuramente un esercizio di rigore ma è costosa e ha una logica a breve che non ci appartiene. Mi immagino una crescita ponderata e organica, non faremo collezione di brand ma non chiuderemo la porta alle opportunità». E mentre fa i conti sul 2025 («Possiamo chiudere con una buona crescita, il 2026 sarà di tenuta, ma sia l’alto di gamma che l’alberghiero cresceranno, in mercati come il Medio Oriente o l’america Latina»), l’ultima domanda è per capire da dove arrivi il nome dato al gruppo da papà e zio. Sorride Coppo: «In famiglia narriamo due storie. La prima fa riferimento ad Arcturus, stella tra le più luminose del firmamento. La seconda invece riporta alla nostra passione per la vela e ad Arturo, il marinaio di Marea, la barca d’epoca con cui abbiamo anche attraversato l’oceano».



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