GRANDI SOCIETÀ E CLASSIFICHE EUROPA
- Walter Pittini
- 22 set 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Fra i 500 «grandi» solo 5 italiane, la prima è Eni.

L’Europa, Italia compresa, sta davvero diventando marginale nello scenario economico mondiale?
Il rischio di un nanismo industriale c’è, se si confronta il peso delle maggiori aziende oggi con quello di dieci e 25 anni fa. Due dati su tutti. Nel 2000 le imprese italiane nella classifica di fatturato delle 500 maggiori del mondo erano dieci, nel 2015 nove, oggi sono solo cinque: Eni (104esima), Enel (145esima), Assicurazioni Generali (224esima), Intesa Sanpaolo (255esima) e Unicredit (306esima). Lo dice l’indagine di Kpmg, sulla base delle classifiche Fortune Global 500. Nel resto d’Europa non è molto diverso. L’ultimo appello di Mario Draghi affinché il Vecchio Continente reagisca trova riscontri oggettivi in un tessuto imprenditoriale che perde peso. A un anno dalla presentazione del suo Rapporto sulla competitività europea, l’ex premier il 16 settembre a Bruxelles ha ribadito che l’Europa deve agire in fretta: «L’inazione minaccia non solo la nostra competitività, ma la nostra stessa sovranità». Non è un’opzione, è una necessità. Il compito è costruire campioni europei in un mercato ormai dominato dagli Usa e dalla Cina. Dice Max Fiani, partner di Kpmg Italy: «Siamo in mezzo al guado, se non andiamo avanti il fiume ci travolgerà».
Prendiamo l’Italia.
Le uniche cinque imprese nella classifica dei 500 big mondiali esprimono due settori, energia e servizi finanziari, e vengono dopo un centinaio di aziende d’altra geografia. Rispetto al 2000, quando Generali era 35esima su 500 e l’Eni 89esima, mancano all’appello la Fiat, l’Olivetti, l’Iri, la Montedison. E se nel 2015 entravano in graduatoria fra le prime dieci italiane Exor, Poste, Telecom, ora sono sparite l’auto e la chimica, si è ridimensionata la tecnologia delle comunicazioni, non c’è più l’iri delle partecipazioni statali. Certo, c’è l’eni che con ricavi a 88 miliardi di euro (99 miliardi di dollari nella classifica Forbes-kpmg) è la prima italiana fra i 500 big mondiali: sigla accordi internazionali, investe anche sull’idrogeno, promuove il riciclo delle plastiche. Ma non basta. Non che le aziende italiane non siano cresciute: lo hanno fatto. Semplicemente, il resto del mondo è cresciuto di più. «Il baricentro del capitalismo si è concentrato», dice l’indagine. Negli Usa e in Cina.
Negozi virtuali e salute
La top ten 2025 fra le 500 maggiori aziende mondiali vede infatti al primo posto Walmart, catena di supermercati americana della famiglia Walton con 681 miliardi di dollari di ricavi e 2,1 milioni di dipendenti, al vertice da 12 anni di fila. Seguono l’amazon di Jeff Bezos, sempre distribuzione ma hi-tech, con 638 miliardi di fatturato e 1,56 milioni di dipendenti. Quindi la cinese dell’energia State Grid, azionista di minoranza di Cdp Reti che partecipa Snam, Italgas e Terna: 548 miliardi di dollari di giro d’affari.
Quarto posto all’Arabia Saudita con Saudi Aramco, petrolio, 480 miliardi; quinto e sesto ad altre due cinesi, China National Petroleum e Sinopec, petrolchimica. Le ultime quattro sono tutte americane: nell’ordine Unitedhealth, salute; Apple; Cvs Health, ancora salute; Berkshire Hathaway, finanza. «Nel 2000 la top ten mondiale era dominata da 175 aziende statunitensi e 107 giapponesi — dice l’indagine — . L’europa vantava un discreto numero di aziende, a cominciare da Regno Unito (38), Germania (34) e Francia», più le 11 italiane di cui si è detto. Nel 2015 gli Stati Uniti continuano a guidare la classifica con 128 aziende su 500, seguite però dalla Cina con 98 società (di cui tre fra le prime dieci) mentre il Giappone cala a 54. Francia e Germania scendono a 31 e 28 società ciascuna, l’Italia cala a nove.
E oggi?
Rispetto al 2000 non ci sono più fra le prime dieci del mondo Ford, Daimlerchrysler, Mitsubishi e Toyota: via l’auto. Sono sparite anche Exxonmobil e General Electric. Ma gli Usa mantengono il primato con 138 aziende su 500 e dominano la top ten mentre la Cina consolida il secondo posto con 130 aziende: più 33% in dieci anni. Le europee escono dalla top ten: Volkswagen è 12esima, Shell 18esima, Totalenergies 32esima. «Occorre scendere al 104esimo posto per trovare la prima italiana, Eni», nota l’indagine.
Due perciò le evidenze, secondo gli osservatori.
La prima: in questi 25 anni gli Stati Uniti si sono dimostrati resilienti, hanno mantenuto il primato e non era scontato. Dice Fiani: «Sono riusciti ad attuare una trasformazione industriale importante, benché ora messa in discussione delle politiche di Trump, spostandosi sulla tecnologia».
Il secondo fattore è l’abilità della Cina nell’occupare gli spazi vacanti: «Ora esprime leadership nella manifattura, nell’energia, nell’auto — dice Fiani —: dove Detroit è caduta sono subito entrati i produttori cinesi». Vittima della rivoluzione industriale del Xxiesimo secolo è l’europa, rimasta immobile o quasi: «Europa e Giappone sono stati spiazzati da Usa e Cina sui loro terreni di competenza. L’asticella si è alzata». L’esempio di quanto si sia alzata viene anche da un’altra classifica, quella delle capitalizzazioni di Borsa, che mostra lo scollamento tra i ricavi e il valore di mercato delle imprese. Prima è Nvidia con oltre quattromila miliardi di dollari di capitalizzazione. Seguono Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon e Meta. Su dieci società più capitalizzate del mondo, nove sono americane e sette tecnologiche. «C’è una dominanza assoluta dell‘hi tech e degli Usa — dice Fiani —. Il tema è il multiplo finanziario, molto più alto che in altri settori, dalla manifattura all’energia». È una bolla? «Forse, ma il fenomeno resta».
Perciò è vero che in Italia nella manifattura abbiamo aziende importanti, ma «non basta più: bisogna spingere sulle operazioni transfrontaliere».
Per uscire dal famoso guado, dunque, una strada è favorire i matrimoni fra le imprese europee: è ciò che ha detto anche il presidente della Bundesbank Joachim Nagel il 13 ottobre al Sole 24 Ore e alla Faz (benché l’operazione Unicredit-commerzbank sia contrastata dal governo tedesco). Ma occorre anche, sottolineano gli imprenditori, ridurre la burocrazia: quei «dazi interni» all’UE che secondo il Fmi hanno un impatto del 40% sul costo dei beni e del 110% sui servizi. «Il mercato unico europeo non è tale finché ci sono i dazi interni, la frammentazione regolatoria, le barriere — dice Maria Anghileri, direttrice operativa di Eusider e presidente Giovani di Confindustria — . Qui le aziende tecnologiche da top ten non ci sono, è come se nel settore più competitivo e innovativo non avessimo più investito. Nel 2000 la prima azienda mondiale per fatturato era General Motors, oggi dopo Walmart c’è Amazon. L’europa deve affrontare l’integrazione economica con un ritmo molto diverso».



Commenti