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Infrastrutture e AI, Intesa San Paolo investe 50 miliardi negli Usa

Aggiornamento: 20 nov 2025

La partecipazione del gruppo a operazioni strategiche.


IMPERO X

18 ottobre 2025

A cura della redazione

Mauro Micillo
Mauro Micillo, capo della divisione Imi Corporate & Investment Banking, ha presentato le attività legate al mondo delle infrastrutture.

WASHINGTON «Abbiamo una lunga tradizione negli Stati Uniti in cui siamo presenti da oltre 100 anni, è un po’ la nostra seconda casa», ha detto a margine dell’incontro annuale del Fmi, il capo della Divisione Imi Corporate & Investment Banking di Intesa San Paolo Mauro Micillo presentando le attività negli Usa legate al mondo delle infrastrutture.


C’è stata una crescita negli ultimi 10 anni delle attività internazionali: il 50% del client business della divisione Imi Cib è con clienti internazionali e il mercato americano è uno dei più importanti. Intesa Sanpaolo, attraverso questa divisione ha supportato negli ultimi tre anni operazioni negli Usa per un valore pari a circa 50 miliardi di dollari, ed è stata protagonista di operazioni non solo di finanziamento, ma anche di advisory, emissioni obbligazionarie e di copertura del rischio di tasso.


Fra queste, ha partecipato come Joint Lead Manager e Active Bookrunner nell’emissione obbligazionaria in tre tranche per un valore di 2,75 miliardi di euro lanciata da AT&T nel 2025. Ha organizzato e sottoscritto con un pool di banche un finanziamento fino a 6,63 miliardi di dollari per lo sviluppo e la realizzazione della Fase A del nuovo terminal dell’aeroporto «Jfk». Ha partecipato a un finanziamento da 3,4 miliardi di dollari per la costruzione e l’avvio di un data center in Nevada.


Gli investimenti nei data center vengono scelti con prudenza tra centinaia di proposte, sulla base di criteri di stabilità, e inquadrati come progetti infrastrutturali (infrastrutture digitali).

Le tensioni sui dazi non hanno intaccato questo rapporto, sottolinea Micillo. «Ad aprile, dopo il Liberation Day, ci sono state tre settimane con mercato fermo ma adesso non solo abbiamo recuperato ma le cose stanno andando in direzione positiva».


Intesa rappresenta anche 600 piccole e grandi aziende italiane, che stanno cercando di attrezzarsi rispetto ai dazi: per loro è una fase impegnativa, ma partono dall’idea che vedono il mercato Usa come essenziale, dice Nicola Baiocchi, country manager per le Americhe.

Il chief economist Gregorio De Felice stima che l’effetto sull’economia italiana di dazi di lungo periodo, cioè fino al termine del mandato di Trump, sia calcolabile nello -0,3% del Pil «anche se questo non tiene conto dell’elemento qualità» (gli acquirenti sono pronti a pagare con elasticità pur di avere alcuni prodotti italiani).

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