Cassaforte Italia
- Walter Pittini
- 15 dic 2025
- Tempo di lettura: 5 min
Gestire da sé il denaro, offrendo expertise e rete di conoscenze anche ad altri.
FINX
Impresa
15 dicembre 2025
«I gestori del denaro altrui raramente lo sorvegliano con la stessa attenta vigilanza con cui custodiscono il proprio», sosteneva l’economista Adam Smith. Anche diverse grandi famiglie industriali italiane sembrano pensarla così e hanno perciò organizzato società per amministrare direttamente la liquidità generata dalle loro imprese. Cercando, in alcuni casi, addirittura di attrarre nei loro fondi anche le fortune altrui e arrivando così fare concorrenza agli asset manager di professione.
«Quasi tutte le famiglie imprenditoriali hanno adottato una strategia di gestione dei flussi di denaro provenienti dalle loro aziende», spiega Bernardo Bertoldi, professore di Family Business Strategy all’università di Torino. «Il modello più semplice è quello della delega completa da parte del family office a gestori terzi selezionati da consulenti». Col tempo, prosegue, «molte famiglie hanno però iniziato a realizzare alcuni investimenti in proprio, entrando per esempio nel capitale di aziende attive in settori vicini alla loro attività tradizionale e caratteristica».
Di operazione in operazione, diverse hanno perfezionato e diversificato la loro strategia. «Alcune sono così arrivate a strutturare team di gestione interni in grado di selezionare direttamente a chi affidare i soldi – conclude Bertoldi – e, nei casi più sofisticati, hanno deciso di aprirsi al mercato, andando a raccogliere risorse anche da investitori terzi». Che, nella tradizione e nelle rete di contatti internazionali delle grandi famiglie, immaginano di trovare garanzia di rendimenti a lungo termine. L’ultima dinastia a dotarsi di una sua piattaforma di investimento «aperta» è la famiglia Benetton che a inizio dicembre ha tenuto a battesimo 21 Next. Alessandro Benetton, presidente di Edizione, sintesi degli investimenti e delle fortune della dinastia,
Le storie e le strategie di chi riesce a fare concorrenza alle case di gestione ha compiuto un altro passo in avanti nella diversificazione. Se fin qui ha investito direttamente, da pochi giorni la holding – con asset che a valori di mercato pesano per 13,2 miliardi— ha composto un nuovo schema per varare appunto 21 Next, una piattaforma di asset management che vale in partenza 3 miliardi. Qui Edizione si è alleata con altri partner ma mantiene il controllo della nuova attività con il 55%. Al suo fianco ci sono la sgr Tages, fondata da Umberto Quadrino, Panfilo Tarantelli, Salvatore Cordaro e Sergio Ascolani, e la stessa 21 Invest fondata da Alessandro Benetton. La holding della famiglia Benetton metterà poi a disposizione 500 milioni sotto forma di seed capital, cioè una liquidità di partenza che servirà da trampolino per nuove iniziative. Si tratta di un altro punto di partenza per raccogliere nuovi fondi tra infrastrutture, private equity, private debt e venture capital.
Con 21 Next, Edizione si confronta anche sul mercato come un puro player nell’asset management aumentando l’offerta di asset class, così come vogliono in questa fase gli investitori. E aggiunge un’altra gamba a fianco di investimenti più industriali come Mundys, United Colors e Avolta. Gli obiettivi sono ambiziosi visto che l’iniziativa punta ad arrivare ad almeno 10 miliardi.
Altri traguardi
Ormai vicina al traguardo dei 10 miliardi è già Lingotto, la società di gestione del risparmio degli Agnelli-Elkann presieduta dall’ex ministro delle Finanze britannico, George Osborne. Lanciata nel 2023 con una dotazione iniziale di 3 miliardi di dollari, Lingotto è arrivata a fine settembre ad amministrarne 9,8 miliardi, provenienti soprattutto dalla casa-madre Exor, ma sempre più spesso anche da investitori terzi. I soldi sono distribuiti lungo quattro fondi: due dedicati ai mercati privati, uno all’innovazione (guidato dallo «scopritore» di Tesla e Amazon, James Anderson) e uno alle aziende quotate. Quest’ultimo è il più rilevante in termini dimensionali: a fine settembre il fondo deteneva partecipazioni in 36 aziende scambiate a Wall Street — fra cui Amazon, Microsoft, Uber e persino Tesla — per un valore complessivo di oltre 5,4 miliardi.
Prima dei Benetton e degli Agnelli-Elkann, altre famiglie hanno messo la loro esperienza imprenditoriale al servizio (anche) del mercato. È il caso di Italmobiliare, holding dei Pesenti, che un tempo ha posseduto le quote nella Italcementi e ora è diventata una piattaforma per fornire capitali alle imprese che vogliono crescere. Oggi gestisce asset per un valore di mercato di 2,2 miliardi. Controllata dal consigliere delegato Carlo Pesenti, la società gestisce un portafoglio diversificato di investimenti che ha selezionato trasferendo la sua visione industriale sviluppata in oltre 150anni di storia industriale. In pratica, ragiona come un imprenditore. Ha in portafoglio una decina di partecipate, tra cui Caffè Borbone, Officina Profumo-farmaceutica di Santa Maria Novella e le cliniche di Casa della Salute, aziende dove gioca il ruolo di investitore di lungo periodo. Ma Pesenti ha anche investito in Clessidra sgr, piattaforma operativa nel private equity, private debt e factoring, con asset in gestione per circa 1,7 miliardi.
È il caso anche di Dea Capital, lanciata dalle famiglie Drago e Boroli nel 2007 e arrivata a gestire 18 miliardi distribuiti su oltre 70 fondi di private equity, private crediti e immobiliari. Negli ultimi mesi, però, il gruppo De Agostini ha avviato una riorganizzazione che, quantomeno nel settore del private equity, sembra preludere a un ritorno a un modello più «chiuso» e «familiare». In estate è così arrivato l’annuncio della vendita di Dea Capital Alternative Funds alla sgr Green Arrow, a cui ha fatto seguito l’acquisto da parte della holding De Agostini del 42% di Legami, una delle partecipazioni custodite nella piattaforma per gli investimenti alternativi appena ceduta.
Altre famiglie hanno da sempre optato per la massima riservatezza ed è quindi difficile possano seguire la strada di Benetton & co e aprire i loro fondi a investitori esterni. È il caso dei Ferrero che hanno affidato la custodia di una parte della liquidità generata dal colosso dolciario a Teseo Capital. A fine 2024 il fondo lussemburghese poteva contare su un patrimonio di 2,2 miliardi, detenuto da tre sottoveicoli dedicati rispettivamente «alla preservazione del capitale», alla «crescita a lungo termine» e alle «opportunità strategiche». Difficile sapere cosa si nasconda dietro queste etichette perché, fatta eccezione per qualche startup e per la partecipazione alla raccolta del fondo agritech Maia Ventures, Teseo non comunica mai gli investimenti. Di certo, la cassaforte può contare su decine di professionisti dedicati, perlopiù, alla selezione dei gestori. Qualche indizio sull’allocazione dei capitali è invece possibile trarre dai bilanci dei fondi dei fratelli Mario Germano e Giammaria Giuliani, comproprietari dell’omonimo gruppo, reso celebre dall’amaro Giuliani. Attraverso i rispettivi veicoli Mgg Strategic e GG 1978, i due fratelli amministrano un portafoglio del valore complessivo di circa 2,5 miliardi, con partecipazioni in società quotate e non. Mario Germano ha per esempio investito nella tedesca Flixbus accanto al fondo Eqt, mentre Giammaria è diventato azionista al 5% di Rothschild &co in occasione del delisting dalla Borsa di Parigi della storica banca.
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